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Rebecca al pozzo di Giovanni Battista Piazzetta




Seicento > Alessandro Tassoni

Secchia Rapita (La)

Il poema eroicomico, capolavoro di Alessandro Tassoni, fu intrapreso alla fine del 1614, poi ampliato dai 12 agli attuali 18 canti nel 1618, quando lo scrittore era a Roma. La prima stampa fu a Parigi, con il titolo La Secchia, cui fu aggiunto Rapita nell’edizione romana del 1624; l’edizione definitiva, sottoposta a qualche intervento di censura da parte dell’Indice, è quella veneziana del 1630.
Il poema è in ottave e narra di una guerra scoppiata tra modenesi e bolognesi per futili motivi, il furto di una secchia per l’appunto: l’ambientazione storica della vicenda, che si rifà al combattimento di Zappolino, o Scarpolino, del 1325, intercorso tra le due città, è puro pretesto per ridicolizzare le quotidiane e banali rivalità tra città e città all’epoca dei Comuni; l’autore si riserva, infatti, licenze anacronistiche, inserendo polemiche personali e riferimenti alla contemporaneità e sconvolgendo la consequenzialità dei fatti.
I bolognesi, dopo una sortita per saccheggiare il territorio dei modenesi, sono ricacciati e inseguiti sin dentro alle mura della città; qui i modenesi rubano per dissetarsi una secchia da un pozzo, portandola poi come trofeo nella loro città dinanzi alle autorità civili e religiose. Questo gesto e il rifiuto di restituirla sono la causa scatenante della guerra tra Modena e Bologna e la dichiarazione delle ostilità fa così scalpore da giungere perfino alle orecchie degli dei che scendono in campo parteggiando per gli uni o per gli altri contendenti: Venere, Marte e Bacco si schierano a fianco dei modenesi; Apollo e Minerva dei bolognesi. Dopo un sogno in cui la dea Venere appare al re di Sardegna, Enzio, si scatena la battaglia e in un primo tempo le sorti sono avverse ai modenesi, che sono indotti da Bacco alla ritirata. La guerra intanto si allarga a macchia d’olio coinvolgendo anche ferraresi, milanesi, perugini e altri personaggi “storici” come Manfredi o il Malatesta. A mutare il corso degli eventi interviene Renoppia, che rimprovera ai Modenesi la loro codardia e getta lo scompiglio tra le schiere bolognesi; viene allora stipulata una tregua, che permette all’autore di fare una seconda digressione fantastica, in cui un prode cavaliere incita i campioni dell’uno e dell’altro esercito a sfidarsi in nome di un’avvenente donzella. Tutto l’episodio è trattato con toni grotteschi e tragicomici e prelude alla ripresa delle ostilità tra le due città finché un legato papale stipula l’accordo, riserbando “ne’ patti a’ Modenesi/ la secchia e il re de’Sardi a’ Bolognesi”.
Tassoni fu conscio con la sua opera di aver inaugurato un genere nuovo, che contemperava “due stili mischiati insieme, grave e burlesco”, e poteva chiamarsi eroicomico. Negli stessi anni il genere fu tentato anche da Bracciolini, autore dello Scherno degli dei del 1618, ma La Secchia Rapita è rimasta il modello per eccellenza per la vivacità gioconda della narrazione, la sua forza ironica e l’arguzia espressiva del suo stile.

  

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