Angelo Beolco detto il Ruzante
(Padova, 1496 ca – ivi, 1542)
Angelo Beolco nacque nel padovano, figlio di un medico illustre e facoltoso che gli diede una discreta educazione letteraria. L’appellativo di Ruzante gli derivò dal nome di un personaggio contadino, che fu uno dei protagonisti più popolari dei suoi drammi.
Ruzante dimorò frequentemente a Padova, ma lavorò soprattutto in campagna, occupandosi dell’amministrazione dei beni paterni e di quelli del suo amico e protettore, Alvise Cornaro: grazie, infatti, ai rapporti con la classe aristocratica e al sereno legame con la propria famiglia, egli riuscì a condurre una vita sufficientemente agiata, che gli lasciò il tempo di scrivere i suoi drammi, e quando morì la sua fama artistica si era diffusa anche fuori del padovano, soprattutto a Venezia.
L’uso del dialetto pavano, che rompeva l’equilibrio raffinato proprio della letteratura accademica, è il primo segno di originalità nell’opera di Ruzante, sebbene la novità maggiore sia da rinvenire nel contenuto dei suoi drammi: la miseria delle campagne, l’umiliazione dei sentimenti, la furbizia agreste, la rassegnazione atavica, l’esplosione incontrollata della collera, temi tutti che rendono autentici e genuini i suoi personaggi.
La prima commedia, scritta appunto in pavano, è Betìa, del 1520; ma il maggior realismo e vivacità di Ruzante si attuano nei tre Dialoghi , scritti tra il 1528 e il 1530, Bilora, Reduce e Mènego ; in essi si sviluppano i motivi della fame, della schiavitù ai dettami della sessualità, dell’ostilità cittadina, e in Bilorail protagonista arriva addirittura all’estremo gesto dell’omicidio.
Tra il 1529 e il 1531 Ruzante compose due commedie, Moscheta e Fiorina, dove emergono i motivi tipici del repertorio cinquecentesco: inganni e tresche amorose, beffe e travestimenti, ambienti rurali e boccacceschi. Le opere successive segnano invece un avvicinamento al teatro colto, in quanto l’autore dimostra una maggiore attenzione verso il classico e il tradizionale, sebbene mantenga sempre un certo tono dissacrante e goliardico: Piovana e Vaccarìa, per esempio, riprendono gli schemi della commedia plautina. L’ultima commedia, Anconetana, del 1534, è caratterizzata dall’intersecarsi di vari piani linguistici, di cui il pavano è soltanto una delle numerose componenti.
Il teatro di Ruzante non ha un intento fortemente polemico: egli è un uomo colto, che scrive le sue opere per un pubblico raffinato e aristocratico - gli ospiti della villa di Alvise Cornaro - e che coglie nel dialetto pavano rustico una forma di linguaggio esemplare. Famoso in vita, Ruzante fu invece sottovalutato dalla letteratura e dalla critica ufficiali, oppure relegato - secondo stereotipi o pregiudizi romantici - al rango di un genio irregolare o di un “balordo”. Soltanto recentemente, grazie alla convergenza di filologia, erudizione e interpretazione storico-teatrale, lo si è riscoperto, mettendo in luce la sua personalità artistica bonariamente, ma tenacemente trasgressiva e comprendendo come la sua scelta linguistico-lessicale non sia stata lo specchio forzato e inconsapevole di una misera condizione esistenziale, o uno sfogo autobiografico, ma rispondesse invece a una lucida esigenza di libertà espressiva. Ruzante cercò, dunque, attraverso il linguaggio di svecchiare i rigidi dettami della letteratura ufficiale del suo tempo, perseguendo una poetica della “naturalità”, che, unica nel suo genere, anticipò successivi tentativi.