Gabriele D’Annunzio
(Pescara, 1863 - Gardone Riviera, 1938)
Arte e politica, poesia e guerra, feste mondane e ritiri creativi, tutti questi elementi si mescolano nella vita di Gabriele D’Annunzio fino a rendere difficile separare il personaggio dal poeta e romanziere. Nel suo ideale professato di “fare della propria vita un’opera d’arte”, l’autore stesso ha fatto sì che critica e lettori restassero quasi più impressionati dalle sue gesta politico-mondane che dal suo lavoro poetico e narrativo. Invece è proprio questo ad aver rappresentato un momento fondamentale per la storia della nostra letteratura. Con D’Annunzio, infatti, la cultura italiana si apre e si affaccia al resto d’Europa come non mai.
Nato a Pescara, Gabriele D’Annunzio studiò a Prato, dimostrando un ostinato amore per lo studio che lo induceva al lavoro notturno e esordì giovanissimo come poeta nel 1879 con la raccolta di versi Primo vere, seguita da Canto Novo , pubblicato nel 1882 dopo il suo trasferimento a Roma. Iscrittosi alla facoltà di Lettere, non completò gli studi universitari, ma si inserì nella vita intellettuale della capitale, collaborò ad alcune riviste e si dedicò alla vita mondana tra belle donne e lusso sfrenato. Non trascurò tuttavia il suo forte impegno di scrittore e pubblicò i romanzi più importanti: Il Piacere (1889), Il trionfo della morte (1894), Le vergini delle rocce (1895), L’Innocente (1892) e Fuoco (1900), che suscitarono interesse e vivaci polemiche nel mondo letterario. Dopo una parentesi di vita politica che lo vide deputato nel 1897 tra i banchi dell’estrema destra, per passare l’anno successivo a quelli della sinistra, si stabilì vicino Firenze, arredando in modo lussuoso e estroso la sua villa, la “Capponcina”, dove condusse una vita d’eccezione a fianco della grande attrice tragica Eleonora Duse, che lo spinse a scrivere per il teatro. Sono infatti di quegli anni le sue tragedie migliori, Francesca da Rimini (1901), La figlia di Jorio e La Fiaccola sotto il moggio (entrambe del 1904). Appartengono a quel periodo di febbrile attività anche i primi tre libri delle Laudi (1903), il cui terzo libro Alcyone, celebre e apprezzato resoconto lirico di un’estate trascorsa in Versilia, rappresenta senza dubbio il punto più alto della sua produzione poetica. Sopraffatto poi da spese insostenibili e da debiti, lasciò nel 1911 la Toscana per stabilirsi ad Arcachon sull’Atlantico; durante il soggiorno in Francia scrisse libretti d’opera e soggetti cinematografici, nonché il dramma Le martyre de Saint Sébastien, per il quale Debussy, il compositore che pochi anni prima aveva musicato la poesia di Mallarmé L’après-midi d’un faune, scrisse le musiche. Rientrato in Italia nel 1915 si schierò a favore dell’intervento in guerra, mettendo al servizio della propaganda politica le sue abilità oratorie e allo scoppio del conflitto partì per il fronte, distinguendosi in numerose azioni ardite, come il volo su Vienna per lanciare manifestini antiaustriaci, che gli arrecarono fama e successo e lo indussero nel 1919 a organizzare l’impresa di Fiume, occupandola per due anni fino all’intervento delle truppe del governo Giolitti. Nel 1921 si stabilì nella villa da lui stesso detta “Vittoriale degli Italiani”, a Gardone sul lago di Garda, dove trascorse in solitudine e lontano dalla politica gli ultimi anni della sua vita, esaltato però come “vate”, cioè come guida della nazione, dalla stampa del regime fascista.
D’Annunzio, con la cospicua mole delle sue opere, ebbe l’innegabile merito di importare, in un’Italia culturalmente ancora molto provinciale, stimoli e spunti estremamente innovativi; egli infatti assimilò i fermenti più complessi e variegati della cultura europea, dall’approfondimento psicologico che avvicina i suoi primi romanzi a quelli della grande letteratura russa rappresentata da Tolstoi e Dostoevskij, agli stretti rapporti con i poeti del Decadentismo da cui beve, come egli stesso ebbe a dire, “fino all’ultima stilla il calice del piacere”, alla teoria del “superuomo” che derivò da un’interpretazione del pensiero di Nietzsche. Scrittore incredibilmente versatile riuscì, nella sua continua smania di sperimentare nuove forme liriche e narrative, a mantenere l’aggancio con la tradizione passata ripercorrendo temi classici e mitologici, a restare legato alle origini, descrivendo l’asprezza della sua terra, gli Abruzzi, nella raccolta Le Novelle della Pescara, e anche ad anticipare i futuri modi stilistici dei Crepuscolari, in particolar modo nel Poema paradisiaco (1893) e nel Notturno (1916), scritto con rara determinazione immobile a letto e al buio in seguito a una ferita all’occhio; fu dunque una delle voci artistiche più potenti che segnarono il trapasso dalla letteratura della fine Ottocento alle innovazioni espressive del Novecento.