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Ottocento

Ugo Foscolo
(Zante, 1778 - Trunham Green, Londra, 1827)

Acceso sostenitore delle nuove idee rivoluzionarie, Foscolo visse da protagonista le vicende della Repubblica di Venezia. Dal tradimento del trattato di Campoformio (1797) con cui Napoleone cedeva la Serenissima all’Austria, alla sua morte avvenuta in Inghilterra in povertà e solitudine, il poeta trascorse un’esistenza tumultuosa. Frequentò gli ambienti intellettuali della nobiltà veneziana, a Milano strinse amicizia con i due più grandi letterati del tempo, Monti e Parini, diresse il Monitore letterario , rivista milanese soppressa dai francesi per le critiche al loro operato. Visse profonde passioni d’amore, tra cui quella per la contessa Antonietta Fagnani Arese a Milano, a cui dedicò una delle due Odi, All’amica risanata, e per l’inglese Fanny Emerytt con la quale ebbe una figlia, Floriana, che l’assistette fino alla morte.
Fu molto amato dalla critica e dall’ambiente letterario, temuto dagli austriaci che pur di conquistarne il silenzio gli proposero, senza successo, la direzione della Biblioteca Italiana, scomodo ai francesi che dopo la rappresentazione milanese della tragedia Aiace, nel 1811, lo invitarono a lasciare la repubblica Cispadana; soprattutto fu un esempio morale, ancor prima che poetico, per tutta la futura generazione dei romantici italiani.
Di formazione letteraria classica e vicino alle filosofie materialiste del Settecento, Foscolo rappresenta a pieno l’intellettuale a cavallo tra due secoli che segneranno profondamente la storia della cultura europea. La fede nella ragione e nelle conoscenze che ne derivano genera in Foscolo, anziché la sicurezza e il pacato distacco dalla realtà che gli Illuministi professavano, una profonda inquietudine. Dio, la vita, l’anima, l’eterno ciclo di nascita, morte e trasformazione della materia appaiono a Foscolo un mistero indecifrabile che consegna il suo animo poetico all’angoscia e allo sconforto. Ma proprio nel suo abbandonarsi alla disperazione, il poeta denuncia il suo inestinguibile bisogno di ideali che sono sì “illusioni”, come gli insegna la sua ragione illuminista, ma “necessità” per il cuore perché è solo attraverso di esse che l’uomo può trovare uno scopo nell’esistenza.
I Sonetti (1789-1803) sono l’esempio più alto di professione di quella che Foscolo definì la “religione delle illusioni”. Il pensiero della terra natia (A Zacinto), così come il ricordo del fratello morto (In morte del fratello Giovanni) nascono dalla storia personale del poeta ma, in quanto simboli della patria e della famiglia (come Alla sera e Alla Musa lo sono della bellezza e della poesia) diventano immagini della condizione universale dell’uomo.
L’eterna sospensione tra ragione e sentimento dell’animo foscoliano è rappresentata, inoltre, non soltanto dal suo trovarsi a essere caposcuola del primo Romanticismo italiano senza aver mai aderito a tale movimento, ma anche da due figure d’uomo nate dalla sua fantasia di scrittore: Jacopo Ortis e Didimo Chierico.
Nel primo Foscolo proietta i suoi slanci esistenziali e ideologici (Ortis verrà consegnato a una fama eterna con il romanzo autobiografico Ultime lettere di Jacopo Ortis), nel secondo (che compare in appendice alla traduzione del Viaggio sentimentale attraverso la Francia e l’Italia di Laurence Sterne nello scritto Notizie intorno a Didimo Chierico), dà voce a una seconda anima, saggia e pacata, che non cede agli slanci sentimentali dell’Ortis e in cui domina l’ironia.
L’esistenza di questi personaggi-proiezione dell’autore ha portato la critica ad ascrivere i due capolavori poetici di Foscolo ora al suo animo ortisiano, Dei Sepolcri, ora a quello didimeo, Le Grazie. Nella prima opera, sua massima espressione poetica, la tomba assurge prima a luogo del ricordo del defunto, poi a simbolo di gloria e infine a fonte d’ispirazione poetica per cui il sepolcro diventa vittoria contro il tempo. Nella seconda, rimasta incompiuta, l’autore sperimenta, invece, il cedimento davanti al venire meno dei suoi ideali politici e morali di un tempo.

  

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