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Alessandro Manzoni
(Milano, 1785 – ivi, 1873)

Caposcuola assoluto del Romanticismo italiano, Manzoni non corrisponde per nulla a quel mito dell’uomo romantico così ben incarnato da due suoi coetanei come Pellico e Nievo. La sua vita, al contrario, fu solitaria e raccolta, contraddistinta da un’instancabile attività letteraria e segnata da molti lutti che compromisero la serenità e l’equilibrio del suo animo (tra il 1833 e il 1839 perse la moglie e ben quattro figlie: Giulia Claudia, Cristina, Sofia e Matilde).
Un evento, però, segnò in maniera profonda la vita e l’opera di Manzoni: la sua accettazione piena del cattolicesimo, maturata in lunghe riflessioni e realizzata, infine, nel 1810. Manzoni compì infatti i suoi studi nel collegio dei padri Somaschi, prima a Merate in Brianza, poi a Lugano, e infine a Milano presso i Barnabiti. Soltanto a 16 anni uscì dall’ambito culturale dei collegi religiosi ed entrò in contatto con gli ambienti intellettuali di una Milano che era allora la capitale di una provincia importante dell’Impero austriaco e ardeva di fermenti anticlericali e democratici. Quando si trasferì a Parigi presso la madre Giulia Beccaria, che vi abitava dal 1795 con il conte Carlo Imbonati, maturò la sua esperienza culturale e letteraria nutrendosi di filosofia illuminista, e nel 1808 sposò Enrichetta Blondel; fu lei che influì in modo determinante sul suo ritorno alla fede cattolica e sull’abbandono delle idee più radicali. Questo ritorno significò un profondo rivolgimento spirituale che non poté non riflettersi nella sua opera. In primo luogo nella poesia che, da questo momento, attingerà all’esperienza religiosa non per metterne in luce gli aspetti teologici e dogmatici, ma per esaltare attraverso l’arte i contenuti sociali e morali del cristianesimo. È con questo intento che nascono i celebri Inni Sacri scritti tra il 1812 e il 1822.
Rientrato a Milano nel 1810, Manzoni vi risiedette fino alla morte, diviso tra la vita in città e nella sua villa di Brusuglio; aprì la sua casa milanese a gruppi di poeti e letterati di idee liberali e intorno agli anni ’20 concentrò la sua produzione letteraria, scrivendo le odi, le tragedie (Il conte di Carmagnola nel 1820 e l’Adelchi nel 1822), i primi saggi storici, nonché il romanzo Fermo e Lucia , che verrà stampato nel 1827 con il titolo I Promessi Sposi. Fu per rendere pura la lingua del suo romanzo che attuò l’unico trasferimento della sua vita e soggiornò per breve a Firenze. Il problema della lingua fu infatti affrontato da Manzoni come un problema “politico”; egli infatti capì, con grande anticipo sui tempi, che la vera unità d’Italia andava costruita sul terreno culturale. Trovare una lingua comune in grado di raccontare e divulgare gli ideali per i quali combattere fu compito che non abbandonò mai e trattò la questione in diversi scritti: dalla lettera al marchese Cesare D’Azeglio del 1823, Sul romanticismo, in cui espose la sua adesione a questo movimento, inteso come rinnovamento di contenuti letterari e anche di modalità espressive, fino agli scritti della maturità come Sulla lingua italiana (1845), il trattato Sentir messa (1835-36) e l’incompiuto Della lingua italiana.
Consapevole dell’inesistenza di una vera lingua italiana, e pur riconoscendo dignità a tutti i dialetti, Manzoni propose di adottare il dialetto di più nobili origini: il fiorentino, non quello degli autori classici bensì quello parlato, e mise in pratica questa convinzione finalizzando, appunto, il soggiorno fiorentino del 1827 a “risciacquare i panni in Arno” per dar forma definitiva ai Promessi Sposi, la sua creatura più importante e primo grande romanzo italiano.
L’indagine di Manzoni non si arrestò al problema linguistico, ma penetrò il compito intrinseco dell’opera letteraria: essa doveva avere “il vero per oggetto, l’utile per iscopo, l’interessante per mezzo”. Egli dunque, distante dal lirismo individualistico e dal sentimentalismo di certo Romanticismo, cercò e trovò rispondenza al suo bisogno di fede e spiritualità nella realtà. La storia, di conseguenza, è considerata il luogo in cui si esplica l’azione della provvidenza di Dio e dove, per quanto spesso possano affermarsi ideali falsi e ingannevoli, alla fine il bene trionfa. Il dramma di peccato e redenzione che si svolge nel cuore dell’uomo si ripresenta in dimensione maggiore e collettiva nella storia, ed entrambi sono sostenuti dalla longa manus divina.
Questo concetto è particolarmente presente nelle odi civili. In Marzo 1821 il poeta celebra l’alleanza tra piemontesi e lombardi, un’unione in cui s’intravede il disegno divino, ed esalta il sogno dell’Italia unita. Nel Cinque Maggio la morte di Napoleone diventa pretesto per raccontare come dietro al destino politico ed esistenziale di un uomo si celi la mano della provvidenza che determina l’intera storia europea.
In quest’ottica in cui piccolo e grande, individuo e processo storico, si evolvono in analogia, anche le epoche oscure, le vicende degli umili e i momenti apparentemente più insignificanti, assumono un senso perché inscritti in un disegno superiore. Nei Promessi Sposi questo tema, come quello della lingua e della religione, troveranno l’espressione più popolare e affascinante.
Dopo l’ultima revisione dei Promessi Sposi, fra il 1840 e il 1842, Manzoni raggiungerà fama di grande scrittore, ma non amerà spostarsi dai luoghi a lui familiari se non per ricevere onori e riconoscimenti. A Torino nel 1861 verrà nominato senatore del Regno d’Italia e presidente della Commissione per l’unificazione della lingua e nel 1872 a Roma, un anno prima della morte, cittadino onorario di quella che era ormai la capitale della nazione.


  

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