Giovanni Pascoli
(San Mauro di Romagna, Forlì, 1855 - Bologna, 1912)
Giovanni Pascoli, dopo aver trascorso la fanciullezza nella tenuta La Torre dei principi Torlonia, di cui il padre era amministratore, a sette anni entrò con i fratelli maggiori, Giacomo e Luigi, nel collegio degli Scolopi di Urbino. Qualche anno dopo, il tragico evento della morte del padre (caduto vittima di un agguato per mano di ignoti il 10 agosto 1867) segnò in modo indelebile la vita del poeta. Mancata anche la madre l’anno successivo, Giovanni si trasferì con i fratelli a Rimini, dove visse in gravi ristrettezze economiche. Conseguita la maturità e vinta una borsa di studio, nel 1873 si iscrisse all'università di Bologna, dove ebbe come insegnante Carducci e dove divenne amico del letterato Severino Ferrari. Persa la borsa di studio (1875) per aver partecipato a una manifestazione studentesca, per alcuni anni si dedicò a un'intensa attività di militanza politica a fianco di gruppi anarchici e socialisti, divenne amico di Andrea Costa e si iscrisse all'Internazionale. Nel 1879 venne arrestato per “grida sovversive” durante un processo e condannato a un breve periodo di carcere. Quando ne uscì abbandonò la politica attiva e tornò all'università, laureandosi nel 1882. Ottenuta la cattedra di latino al liceo, l'insegnamento lo portò prima a Matera, poi a Massa e infine a Livorno, dove poté ricongiungersi con le sorelle Ida e Maria (il fratello Giacomo era morto nel 1876). In questi anni fu data per la prima volta alle stampe la sua raccolta di poesie Myricae (1891), mentre come latinista autore di poemetti latini (la prima edizione dei Poemetti risale al 1897) ottenne diversi riconoscimenti, tra cui il Premio internazionale di poesia latina di Amsterdam. Nel 1895, dopo il matrimonio della sorella Ida, si trasferì con Maria nella casa di campagna a Castelvecchio e, nello stesso anno, intraprese la carriera universitaria. Dopo Messina e Pisa, nel 1906 ottenne la cattedra di letteratura italiana, che era già stata tenuta da Carducci, presso l'università di Bologna. Negli ultimi anni di vita si dedicò a tradurre dal latino, a studi critici, in particolare su Dante, alla ristampa aggiornata di proprie raccolte, nonché alla produzione di nuove opere come i Canti di Castelvecchio del 1903. Sempre più vicino alle posizioni governative, nel 1911 caldeggiò l'impresa coloniale di Libia in un celebre discorso (La grande Proletaria si è mossa) che venne recitato da attori famosi in molti teatri italiani. Nonostante questo ritorno alla politica e alla vita pubblica, la vera personalità di Pascoli, schiva, solitaria e ombrosa, è quella che traspare dalle sue liriche che, nel loro insieme, costituiscono una sorta di biografia poetica che lascia lontani e sullo sfondo i grandi eventi della storia.