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Silvio Pellico
(Saluzzo, 1789 - Torino, 1854)

Patriota ancora prima che scrittore, Silvio Pellico è una delle figure più suggestive della storia della letteratura italiana dei primi anni dell’Ottocento.
A causa dei grandi problemi interni, il Romanticismo italiano assunse subito un carattere politico. La nuova ondata poetica andò così a coincidere con la rivendicazione dell’Unità e della libertà dall’occupazione straniera. I protagonisti del Risorgimento trovarono nel mito dell’eroe romantico uno stimolo all’azione politica, e arricchirono di istanze morali questo movimento culturale con le loro, spesso dolorose, esperienze di vita.
“I romantici d’Italia  - scrive Pellico nel 1819 - dicono che la letteratura è la più inutile delle arti se non ha per iscopo di scaldare il cuore della nazione in cui viene coltivata, ispirando un vivo entusiasmo per le idee generose, pei sentimenti elevati, per tutte le verità che possono nobilitare un popolo agli occhi del mondo e di se medesimo”.
La letteratura, nell’Italia risorgimentale, svolge perciò un ruolo pedagogico ed educativo. Se infatti in Francia l’eroe romantico è il giovane e malinconico René , protagonista dell’omonimo romanzo di Chateaubriand, nel nostro paese è un uomo in carne e ossa che dedica la sua vita a una nobile e difficile causa, l’Unità d’Italia, e la cui inquietudine ha motivi più concreti di una indefinibile sete d’infinito (già il preromantico Jacopo Ortis di Foscolo aveva vissuto in prima persona le delusioni politiche del suo autore). Da questo punto di vista Pellico fu sicuramente uno dei personaggi più affascinanti dell’epoca.
Terminati gli studi a Lione, presso un parente, si stabilì a Milano, dove fu sempre in contatto con l’amico Foscolo, con Monti e altri letterati italiani, oltreché stranieri (Mme de Staël, Stendhal, Byron, Schlegel e altri), frequentò i salotti culturali del tempo e fu uno dei più assidui collaboratori del Conciliatore , giornale portavoce dei nuovi fermenti liberali e romantici. Introdotto poi nella Carboneria grazie all’amico Maroncelli, nel 1820 fu arrestato e condannato a morte. La pena gli fu in seguito commutata in quindici anni di reclusione nelle carceri “dure” dello Spielberg, in Moravia, scontati fino all’ottenimento della grazia che gli permise, nel 1830, di tornare a Torino, dove visse sino alla fine dei suoi giorni come bibliotecario; dalla terribile esperienza del carcere derivò il libro di memorie Le mie prigioni, a cui è legata la sua maggiore notorietà e che è documento d’interesse storico, ma soprattutto diario di una profonda esperienza interiore.
Pellico fu anche poeta e tragediografo e riscosse un grande successo nel 1815 con la rappresentazione della sua tragedia Francesca da Rimini; scrisse anche cantiche d’argomento medievale, liriche religiose e il trattato morale I doveri degli uomini.

  

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