Torquato Tasso
(Sorrento, 1554 - Roma, 1595)
Trascorsa gran parte della sua fanciullezza tra Salerno e Napoli, nel 1554 Torquato si trasferì a Roma al seguito del padre, il letterato Bernardo Tasso, esiliato, con il principe Ferrante di Sanseverino di cui era segretario, dal regno di Napoli. Da allora seguì la sorti del padre che peregrinò tra le corti italiane, prima a Urbino al servizio di Guidobaldo II della Rovere, poi a Venezia, Padova, Bologna e infine Ferrara. Ebbe modo così di frequentare gli ambienti più colti delle corti e delle università e di seguire studi umanistici e filosofici; a Ferrara nel 1565 fu assunto al servizio del cardinale Luigi d’Este e, partecipe della festosa vita di corte, conquistò l’ammirazione del duca Alfonso II, suo fratello, e a lui si legò a partire dal 1572.
Furono anni fertili di opere letterarie: nel 1562 Tasso terminò il Rinaldo, poema cavalleresco e tra il 1555 e il 1556 scrisse i Discorsi dell’arte poetica; nel 1573 compose una favola pastorale, l’Aminta, da molti considerata tuttora il suo capolavoro poetico. L’opera narra dell’amore del pastore Aminta per la bella Silvia, amore dapprima non ricambiato, ma che esploderà in tutta la sua giocosità e tenerezza, ricreando un’atmosfera idilliaca di sogno e di sensualità già presente nelle Rime , liriche concepite tra il 1561 e il 1567; in esse Tasso riprendeva modelli petrarcheschi e echi letterari classicheggianti, arricchendoli però di una moderna musicalità e fantasia e di una tonalità di struggente commozione laddove ripercorreva la sua adolescenza, la sua sofferenza per la morte della madre e l’irrequietezza del suo vagabondare tra le corti italiane. Sin dal 1559 poi, all’epoca del soggiorno veneziano, Tasso aveva scritto un centinaio di ottave sull’argomento della prima crociata, e intorno al 1562 aveva già intrapreso la composizione del poema la Gerusalemme liberata, a cui è legata la sua fama. La stesura del poema fu lunga e travagliata e subì interruzioni e rifacimenti dovuti allo stato di salute fisica e spirituale dell’autore che, a partire dal 1570 andò sempre peggiorando; terminato comunque agli inizi del 1575, fu sottoposto dal poeta, in preda a ossessioni autopunitive e a un eccessivo senso critico, al giudizio dei maggiori osservatori del tempo, con la speranza di avere un parere indulgente per l’opera che egli considerava degna di apprezzamenti. Ricevette invece un’accoglienza fredda e diffidente, che lo gettò in una situazione di ulteriore travaglio, sconforto e esasperati scrupoli religiosi; pretese allora di farsi esaminare dal grande Inquisitore a Bologna e, colto da manie di persecuzione, sviluppò atteggiamenti violenti e venne rinchiuso nel convento di San Francesco, da cui riuscì a evadere per fuggire a Sorrento, e più tardi a Torino. Smanioso poi di mutare luoghi e frequentazioni, Tasso non fece ritorno a Ferrara, ma nel 1578 peregrinò per l’Italia e rientrò soltanto, ancor più inquieto e malcontento l’anno successivo; accolto con disinteresse si scagliò con invettive offensive contro il duca Alfonso che lo fece rinchiudere come pazzo in cella di sicurezza all’ospedale di Sant’Anna. Lì Tasso rimase segregato per sette anni, in un’alternanza di fasi di lucidità e di allucinazione, componendo rime e dialoghi, finché fu liberato nel 1586 per intercessione di Vincenzo Gonzaga e si trasferì a Mantova. Nel frattempo la Gerusalemme era stata stampata a Venezia nel 1580, in modo fraudolento, cioè mutilata e scorretta, con il titolo Il Goffredo. Seguirono poi altre edizioni corrette, sino al 1584, anno in cui si ebbe l’edizione di Mantova, la più famosa. Tasso sottoporrà ancora il suo poema a una profonda e radicale revisione, arrivando a pubblicare a Roma, nel 1593, un poema di 24 e non di 20 canti, con il titolo di Gerusalemme conquistata, diverso dal capolavoro; con alcuni episodi soppressi, altri aggiunti, il nuovo poema obbediva più a ragioni legate al clima controriformista che non a necessità artistiche e, pur apprezzato in alcune parti, non toccherà mai la fama del poema originario. In vita, tuttavia, Tasso continuò a essere tormentato dalla vicenda critica del suo poema, aspramente esecrato dai più, che gli preferivano l’Orlando furioso. Recatosi a Mantova, dopo la liberazione dal Sant’Anna, vi compose la tragedia Re Torismondo; ma, spirito eternamente inquieto, riprese a vagabondare tra Roma, Firenze e Napoli (dove scrisse il poema sacro Monte Oliveto); ritornò poi definitivamente a Roma, dove trascorse i suoi ultimi anni e compose il poemetto Le sette giornate del mondo creato (pubblicato postumo) e i Discorsi del poema eroico, in cui volle correggere le posizioni giovanili espresse nei Discorsi dell’arte poetica e giustificare il rifacimento del suo poema. Morì nel monastero di Sant’Onofrio sul Gianicolo nel 1595.