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Malavoglia (I)
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Giovanni Verga


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I Malavoglia

Ottocento

Giovanni Verga
(Catania, 1840 – ivi, 1922)

Nato da una famiglia di proprietari terrieri dalle tradizioni liberali, venne educato da maestri privati, in particolare da Antonio Abate, che lo introdusse alla letteratura romantica e patriottica, nonché allo studio dei classici e dei romanzieri francesi, i quali ispirarono la sua fantasia. Nel 1857 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, ma l’abbandonò ben presto per dedicarsi all’attività giornalistica e letteraria. Nel 1860 accolse con fervore lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, prestò servizio nella guardia nazionale e sostenne la causa italiana sui periodici cui diede vita. Le prime opere letterarie, nate a Catania, risentono del suo fervore patriottico. Si tratta di romanzi storici come Amore e patria (1856), I carbonari della montagna (1859), Sulle lagune (1863), genere allora diffuso e anche pubblicato a puntate, come romanzo d’appendice, sui quotidiani. Rimase comunque un autore di scarso interesse sino al suo trasferimento a Firenze (1865), attuato per superare l’angustia dell’ambiente catanese ed entrare in contatto con i numerosi intellettuali italiani ed europei che avevano eletto salotto culturale la nuova capitale del regno. Qui pubblicò due romanzi percorsi da forte passionalità: Una peccatrice nel 1866, e Storia di una capinera nel 1871. Ebbe successo soprattutto con quest’ultimo che trattava il tema, già manzoniano, della costrizione alla vita monacale di una giovane che, travolta dalla potenza della sua passione amorosa, passerà dalla follia alla morte. Dopo il 1870 con il trasferimento della capitale a Roma, Firenze perse il suo ruolo centrale e la vita intellettuale si spostò a Milano: qui si stabilì Verga nel 1872 e vi rimase per circa vent’anni, frequentando scrittori scapigliati come Praga, Boito, Giacosa, Tarchetti, leggendo i romanzi del naturalismo francese e frequentando vecchi amici come Capuana, che lavorava come critico e scrittore presso l’editore Treves. A Milano in questo clima, dopo la pubblicazione di alcuni romanzi minori, improntati ancora a un romanticismo che tende a esplorare le zone più oscure della coscienza degli individui, venne alla luce con il racconto Nedda del 1874 il Verga più famoso: quello verista. In questo bozzetto siciliano si affermano infatti nuove tematiche, legate alla dura realtà contadina dell’isola, e un nuovo stile secco e asciutto tanto quanto la vicenda narrata. Sulla scia di Nedda uscì la prima raccolta di novelle Vita dei campi (1880), in cui il mondo contadino delle sue radici, ancora primitivo e arcaico, assurge alla dignità di soggetto letterario documentabile nella sua crudezza e genuinità. Un anno dopo uscì la sua opera più celebre, I Malavoglia, concepito come il primo di un ciclo di cinque romanzi denominato dall’autore “il ciclo dei vinti”, e che tardò a essere apprezzato, proprio per l’impatto crudo con la realtà generato dall’assenza di lente interpretativa da parte dell’autore. Del progetto originario che prevedeva, a seguire, Mastro don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso, solo i primi due vennero realizzati mentre il terzo rimase incompiuto e gli ultimi non furono neanche iniziati.
La scansione dei romanzi non era casuale e doveva indicare come alla crescita di collocazione per classe sociale corrispondesse una maggiore complessità di passioni e linguaggio, ma permanesse un unico disegno, un’unica spinta “evolutiva” che porta l’uomo a lottare per sopravvivere nel suo ambiente.
Dagli umili assillati da bisogni materiali (i Malavoglia, appunto), ai parvenu che lottano per la promozione sociale (Mastro don Gesualdo), ai vanesi aristocratici (la duchessa di Leyra) fino agli uomini di potere che l’autore aveva in programma di descrivere negli ultimi due romanzi, i protagonisti verghiani sono tutti dei “vinti che la corrente ha deposti sulla riva dopo averli travolti e annegati, ciascuno con le stimmate dei suoi peccati”, come disse egli stesso.
Il progetto dei romanzi-ciclo era tema d’importazione francese: Balzac con la Commedia Umana e Zola con I Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il secondo impero, avevano cercato di fare della letteratura il luogo della rappresentazione della realtà, una sorta di “trance de vie”, una sezione di vita, un documento, come ebbe a dire uno dei teorici più acuti del naturalismo francese, Tayne. Il Naturalismo di Zola, in particolar modo, aveva influenzato molto la letteratura europea della fine dell’Ottocento per le nuove metodologie e per le tematiche così diverse da quelle che avevano attirato l’attenzione dei romantici. Verga risentì di queste influenze tanto che nel progetto originario del “ciclo dei vinti”, al pari de I Rougon-Macquart zoliani, i protagonisti dei vari romanzi dovevano essere legati da vincoli parentali (la duchessa di Leyra avrebbe dovuto essere la figlia di Mastro-don Gesualdo e la madre dell’onorevole Scipioni).
Della fervida attività milanese risultò anche una seconda raccolta di novelle, Novelle rusticane (1883), che come la prima, Vita dei campi, raccoglieva testi apparsi su riviste negli anni precedenti. Tutti i soggetti della produzione novellistica gravitano intorno allo stesso mondo siciliano dei grandi romanzi: troviamo personaggi ferini, primitivamente carnali e passionali (La lupa), emarginati e dannati da un imperscrutabile destino (Rosso Malpelo), o vissuti in contesti sociali ed economici più evoluti, ma pur sempre drammatici e cupi, perché ossessivamente attaccati alla materia e alle proprie cose (La roba, Malaria).
Molti dei personaggi verghiani delle novelle si prestarono a essere soggetti teatrali. Nel 1884 fu rappresentata a Torino al teatro Carignano, Cavalleria rusticana, interpretata da Eleonora Duse, che riscosse grande successo di critica e di pubblico e risollevò anche la situazione economica dell’autore tutt’altro che florida. Anche per questo motivo e per la diffidenza con cui furono accolti i suoi romanzi, Verga ritornò in Sicilia e visse gli ultimi anni della sua vita, a Catania, in un riservato isolamento e in un muto scetticismo. Non scrisse più per trent’anni, non frequentò gli ambienti letterari e dovette aspettare il 1920 perché gli venissero tributati pubblici onori: fu eletto senatore del Regno e il suo ottantesimo compleanno fu celebrato a Roma alla presenza di Benedetto Croce e con un discorso di Pirandello.

  

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