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L'industria areonautica in Italia
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Aereo Farman 303
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Al momento dell'entrata in guerra l'aeronautica italiana
era in uno stato di impreparazione. Accanto a un motivo
prettamente economico - la limitazione delle somme stanziate
in bilancio - c'era un motivo di tipo strutturale: l'industria
italiana nel primo decennio del ventesimo secolo - e quella
bellica in particolare -, che aveva oltretutto nello Stato
italiano il principale cliente, dipendeva dall'estero non
solo per i progetti ma anche per le forniture di tutte le
materie prime e dei semilavorati.
Per questo motivo venne presentato, nel giugno del 1912,
un disegno di legge alla Camera dei deputati per promuovere
l'industria aeronautica nazionale. Nell'ottobre dello stesso
anno fu pubblicato un bando per la fornitura di aeroplani
militari da affidarsi all'industria privata contenente tra
l'altro le "Richieste all'industria nazionale di
fornire ventotto aeroplani tipo Bristol 80 hp".
Il concorso non ebbe successo: tutti i velivoli dovevano
essere consegnati entro il 1° aprile 1913, ma nessuna
delle industrie che parteciparono riuscì a far la
consegna in tempo e, tra le varie industrie che si stavano
convertendo verso questo tipo di prodotto, solo la Caproni
appariva in grado di progettare autonomamente velivoli.
Anche se il concorso si concluse con un nulla di fatto,
fornì l'occasione per il definitivo ingresso nel
mercato aeronautico di alcune ditte che caratterizzeranno
la produzione aviatoria durante la guerra mondiale, ad esempio
la Fiat. Tuttavia questo settore dell'industria italiana
iniziava il suo cammino in condizioni di generale impreparazione:
era opinione diffusa, da parte degli imprenditori, che la
costruzione di apparecchi per l'aviazione fosse cosa facile
e largamente remunerativa. L'industria aeronautica italiana
almeno all'inizio dimostrò improvvisazione e scarso
rendimento, tanto che furono necessari interventi Stato.
Un esempio è ciò che avvenne per la Caproni.
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