Lessico

sm. [sec. XIII; latino caelum].

1) La volta aerea che in apparenza sovrasta qualunque punto della Terra, mostrandosi come una cupola pressoché emisferica la cui base circolare poggia sull'orizzonte; lo spazio in cui si muovono gli astri: si fermò a contemplare il cielo stellato; l'atmosfera che avvolge la superficie terrestre: cielo sereno, limpido, coperto, nuvoloso; il colore del cielo, celeste, azzurro; dormire a ciel sereno, allo scoperto, senza riparo; cielo a pecorelle, aspetto caratteristico del cielo quando è coperto da cirrocumuli disposti in gruppi e linee separate da corridoi di cielo sereno; proverbio: “cielo a pecorelle, acqua a catinelle”. Iperb.: i suoi lamenti si levarono al cielo, si sentirono da molto lontano. In varie loc. fig.: non sta né in cielo né in terra, di cosa assurda, incredibile o impossibile; toccare il cielo con un dito, essere soddisfattissimi per aver raggiunto un risultato superiore alle aspettative, non stare in sé dalla gioia; alzare, levare al cielo, colmare di lodi, esaltare.

2) Spazio della volta celeste che si trova sopra un determinato luogo: “il cielo cordiale delle affabili alpi ticinesi” (Bacchelli). Per estensione, la località stessa, regione, paese o anche l'insieme delle condizioni climatiche di un dato luogo: cambiare cielo, recarsi in un altro paese o spostarsi in luogo dal clima diverso; sotto altro cielo, altrove, in diverse condizioni ambientali. Nel linguaggio aeronautico: il cielo di Gibilterra, di Berlino, ecc., la zona aerea sovrastante la località menzionata.

3) Ciascuna delle sfere celesti in cui era diviso lo spazio cosmico secondo il sistema tolemaico: il cielo della Luna (o primo cielo), cielo di Mercurio (o secondo cielo), ecc.; cielo cristallino, il nono; cielo empireo, l'ultimo e più eccelso. Solo in alcune loc. fig. iperb.: levare al settimo cielo, portare ai sette cieli, porre al colmo della gloria o della beatitudine.

4) Fig., sede di Dio e degli spiriti eletti, paradiso: le anime del cielo; essere accolto in cielo; salire al cielo (anche per eufemismo, morire). Con lo stesso senso al pl.: il regno dei cieli; “O Padre nostro, che ne' cieli stai” (Dante). Spesso come simbolo della provvidenza, dell'onnipotenza o dell'onniscienza divina: ricorrere all'aiuto del cielo; rimettersi ai voleri del cielo; piovere dal cielo, di fatto gradito che giunga inaspettato; lo sa il cielo, per indicare completa ignoranza di un fatto; freq. in loc. escl.: grazie al cielo!, il cielo sia lodato!, per esprimere gioia, sollievo, appagamento dopo un'attesa sofferta; santo cielo!, per esprimere meraviglia, disappunto, sdegno o preoccupazione; per amor del cielo!, in tono di supplica; apriti cielo!, alludendo a un fatto sensazionale o a una reazione che si prevede violenta; cascasse anche il cielo!, a qualunque costo; con valore ottativo, per esprimere desiderio specialmente di attuazione difficile: voglia il cielo, volesse il cielo che tu riesca.

5) Con sensi estensivi: A) copertura superiore di un ambiente o di un oggetto, specialmente se fatta a volta, parte soprastante, soffitto: il cielo di una stanza, di una carrozza. B) Nella scenotecnica, lo stesso che arie.

Astronomia e geofisica: generalità

La volta celeste non si presenta perfettamente emisferica, ma appare come una calotta sensibilmente schiacciata nella direzione dello zenit. Questa apparente depressione "Per la depressione apparente della volta celeste vedi figura al lemma del 6° volume." è causata dalla tendenza a sopravvalutare le ampiezze angolari presso l'orizzonte sia per ragioni di ordine psicologico – l'abitudine ci porta infatti a valutare le distanze quasi sempre su piani pressoché orizzontali e più raramente lungo piani verticali – sia per la più intensa rifrazione atmosferica presso l'orizzonte che porta a una deformazione delle distanze, sia per fenomeni prospettici "Per approfondire Vedi Gedea Astronomia vol. 1 pp 72-73" "Per approfondire Vedi Gedea Astronomia vol. 1 pp 72-73" .

Astronomia e geofisica: cielo diurno

Il colore azzurro del cielo è dovuto alla diffusione della luce solare incidente sulle molecole gassose dell'aria e sulle particelle solide del pulviscolo atmosferico. È noto infatti che la diffusione atmosferica dipende dai rapporti tra le lunghezze d'onda della luce e le dimensioni delle particelle (molecole e corpuscoli) su cui avviene. L'intensità della luce diffusa può essere espressa con buona approssimazione dalla relazione I=A₁λ-4+A₂λ-2 dove λ è la lunghezza d'onda e A₁ e A₂ sono due costanti di proporzionalità. Il primo termine del secondo membro riguarda l'intensità prodotta dalla diffusione sopra le molecole di gas, il secondo termine la diffusione sopra i corpuscoli solidi: l'intensità I è quindi inversamente proporzionale alla quarta potenza della diffusione molecolare e al quadrato della diffusione corpuscolare. Fra tutte le radiazioni diffuse prevalgono allora nettamente quelle a minor lunghezza d'onda, cioè le azzurre e le violette, che conferiscono al cielo la caratteristica colorazione. Il colore azzurro è più intenso ad alta quota in atmosfera limpida; negli strati bassi invece, aumentando la concentrazione e il diametro delle particelle in sospensione, la diffusione si estende sensibilmente anche a radiazioni di maggior lunghezza d'onda e il cielo assume una tonalità meno azzurra. L'impoverimento dello spettro solare nelle sue componenti azzurre e viola è anche la causa del colore rossastro del Sole e del cielo vicino all'orizzonte durante il tramonto. La diffusione molecolare sommata ad altri fenomeni di ottica atmosferica (riflessione, assorbimento, diffusione secondaria, ecc.) è all'origine della parziale polarizzazione della luce diurna del cielo; il grado di polarizzazione varia, nelle diverse direzioni d'osservazione, al variare della posizione del Sole. È massimo presso la normale alla congiungente il Sole con l'osservatore e nullo in tre punti detti punti neutri: il punto neutro di Arago, poco sopra l'orizzonte dalla parte opposta del Sole, i punti di BabinetBrewster vicini al Sole e da bande opposte.

Astronomia e geofisica: cielo notturno

Anche durante la notte, in assenza della luce lunare, il cielo presenta una debole ma apprezzabile luminosità che gli conferisce un colore grigio-nero. Le fonti di questa luce diffusa sono essenzialmente: la luce stellare globale, dovuta ai pianeti, alle stelle riunite nelle costellazioni e all'insieme delle stelle troppo deboli per essere distinte singolarmente; la luce zodiacale, dovuta alla luce solare diffusa dalle particelle cosmiche presenti nello spazio interplanetario; le aurore polari, causate da particelle elettricamente cariche che dallo spazio esterno penetrano nell'atmosfera lungo le linee di forza della magnetosfera; la luminescenza dell'aria (airglow), prodotta dall'azione fotochimica dei raggi ultravioletti sugli atomi e sulle molecole dell'alta ionosfera e dello strato atmosferico compreso tra 90 e ca. 300 km. La luminosità relativa delle quattro componenti il chiarore notturno del cielo varia con la latitudine e con la direzione dell'osservazione: la luce stellare globale è massima in corrispondenza dell'equatore galattico (Via Lattea), la luce zodiacale è più intensa vicino all'eclittica, la luminosità delle aurore, trascurabile per valori di latitudine inferiori a 45º, diventa sempre più sensibile oltre questo valore, la luminescenza dell'aria è massima in corrispondenza dell'orizzonte. Lo spettro del cielo notturno presenta nella regione del rosso, del giallo e del verde, bene in evidenza, le righe caratteristiche della luminescenza dell'aria: le righe rosse e verdi dell'ossigeno atomico (presenti anche nelle aurore), il doppietto giallo del sodio e il sistema di bande corrispondenti al radicale ossidrilico OH. Lo spettro nella regione del blu e del violetto è molto più complesso, presentando sia righe d'emissione sia d'assorbimento, e deriva dalla sovrapposizione di tre spettri: lo spettro di emissione dell'airglow con righe strette e luminose, lo spettro d'assorbimento della luce zodiacale, molto simile a quello della luce solare, e lo spettro della luce stellare "Per approfondire vedi Gedea Astronomia vol. 3 pp 6-11" "Per approfondire vedi Gedea Astronomia vol. 3 pp 6-11" .

Filosofia

Il concetto di cielo entra nella filosofia in opposizione a quello di terra: il cielo ha una natura metafisica, la terra invece rimane una entità fisica. Accanto a questa concezione del cielo si sviluppa un suo significato simbolico, per cui esso è ora una sostanza incorruttibile, ora il luogo della luce, delle teofanie, e in molte cosmologie è la sede degli dei visibili (astri). In questo senso il cielo è più prossimo a Dio, al centro dell'essere. Il significato metafisico di cielo, sviluppato dai Greci, offre l'immagine di una serie di sfere concentriche avvolgenti la terra, e l'elemento di cui è composto è l'etere; in Aristotele il cielo è una sostanza intermedia tra Dio e la terra. Il Medioevo fa proprio questo concetto e dalla tradizione simbolica desume il carattere teofanico dell'infinito. In tale tradizione il cristianesimo presenta la dualità di cielo e terra e il carattere simbolico del cielo come forma cosmica della vita divina: Dio è creatore del cielo e della terra; il cielo è dimora degli angeli, è la sfera della potenza di Dio. Alla fine del Medioevo la speculazione scientifica (Guglielmo di Occam) mette in discussione la concezione del cielo come sostanza finita e incorruttibile. È il preludio all'interpretazione del cielo come infinità nella quale gli astri hanno posizioni relative e non assolute.

Religione

Le cosmologie religiose pongono quasi universalmente il cielo come sede del sovrumano, in contrapposizione alla terra, sede dell'umano. È una funzione di alterità rispetto alla terra, fondata da miti di separazione del cielo dalla terra, e rilevata da miti e da riti che intendono la scalata al cielo come un passaggio a un superiore stato di esistenza, o come una presa di contatto col superumano. In tali miti l'eroe giunge al cielo scalando monti altissimi, o usando l'arcobaleno, o una scala prodigiosa, o un albero che cresce a dismisura, o una corda penzolante dalle nubi, o una catena di frecce. Alcuni miti fondano l'alterità assoluta del cielo e, contemporaneamente, la subordinazione dei “terrestri” ai “celesti”, narrando il fallimento della scalata: è il tema della biblica Torre di Babele riscontrabile in mitologie primitive (per esempio, in Africa, gli uomini cercano di arrivare al cielo mettendo un albero sull'altro, ma poi la costruzione crolla). Tra i riti di ascensione: i sacrifici fatti al culmine di una grandiosa gradinata (Mesopotamia, India, Aztechi, ecc.), la salita di una scala nell'iniziazione ai misteri di Mithra, le ascensioni simboliche degli sciamani e la levitazione attribuita a mistici e a santoni vari. Salire al cielo, oltre a stabilire un contatto col superumano, ha talvolta il senso di una mistica rinuncia alla Terra. All'accezione cosmologica del cielo va aggiunta la sua “personificazione”: esseri supremi celesti e dei-Cieli sono noti in quasi tutte le religioni a ogni livello culturale.

B. Barsella, E. Fabbri, U. Penco, Atlante celeste 2000, Agnano Pisano, 1981; R. Giacconi, L'occhio nel cielo, Milano, 1987; C. A. Ronan, Come osservare il cielo di giorno e di notte, Novara, 1987; Autori Vari, Astronomia, Milano, 1991.

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