debolézza

sf. [sec. XIII; da debole]. Stato di spossatezza fisica, astenia; debolezza congenita, lo stesso che debilità. Fig., mancanza di energia morale, di saldezza; la debolezza della natura umana, limiti naturali che impediscono di adeguare la condotta umana a un modello ideale prefissato. § In psicologia, debolezza mentale, scarsa efficienza intellettiva contrassegnata da un quoziente d'intelligenza (QI) compreso tra i valori di 50 e 70. Si distingue una debolezza mentale grave da una media e da una lieve. Alcuni autori tendono inoltre ad affiancare a questo concetto quello di pseudo-debolezza mentale. Nella debolezza mentale patologica, infatti, la minorazione sarebbe dovuta a cause organiche, genetiche, endocrine o legate a fattori tossici o infettivi pre- e postnatali; nella pseudo-debolezza mentale gli scarsi risultati ai test di efficienza intellettiva dipenderebbero da condizioni ambientali (disadattamento familiare o sociale, svantaggio sociale, istituzionalizzazione, ecc.) o da disturbi affettivi che causerebbero una inibizione sulle capacità di apprendimento. In questi casi è possibile ottenere un recupero intellettivo rimuovendo le cause ambientali. In genere la debolezza mentale porta a una personalità insicura e rigida, con una spiccata aggressività in reazione alle frustrazioni. Il concetto di debolezza mentale viene oggi comunque posto profondamente in discussione, sia per la difficoltà di ottenere una stima attendibile dell'efficienza intellettiva, sia per quella di poterne precisare le cause reali.

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