kyōgen

s. giapponese. Nel teatro classico giapponese, è usato per connotare tre cose distinte: l'intervallo, solitamente un monologo, tra la prima e la seconda parte di un dramma ; l'attore che del recita tale intervallo; una forma teatrale assolutamente indipendente dal , ma che va vista congiuntamente al perché assieme a questo ha dato vita a un unico, complesso modello di teatro. Il kyōgen del , detto anche aikyōgen (ai significa appunto intervallo), è una narrazione affidata all'attore omonimo, privo di maschera, e intesa essenzialmente a ricapitolare, a riassumere la trama di un in una lingua più semplice, corrente e accessibile anche a un pubblico non molto colto. Il kyōgen è globalmente assimilabile alla commedia di costume, proponendo una critica sociale che si sostanzia in opere di volta in volta ironiche, satiriche, grottesche, tragicomiche, ma anche commoventi e poetiche. Sorto, come il , nel sec. XIV dalla commistione delle diverse manifestazioni preteatriche, specialmente quelle del dengaku e del sarugaku, il kyōgen segnava con il il passaggio definitivo dal preteatro al teatro in senso proprio. È stato poi costituito il “Gruppo del neo-kyōgen” (Shinsaku kyōgen no kai) che, attorno all'autorevole figura di Ōkura Yatarō, ha cercato di svecchiare il kyōgen arricchendone il repertorio con lavori moderni giapponesi e occidentali. Nel 1972 il Gruppo ha presentato a Venezia due kyōgen, uno tratto dall'Apprendista stregone di Paul Ducas e l'altro da una favola di Esopo.

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