Lessico

sm. [sec. XIX; dal francese suicide, sul modello di omicidio]. Atto con cui volontariamente si pone fine alla propria vita: spingere al suicidio. Per estensione, con significato iperb., atto lesivo della propria salute o dignità: suicidio morale; rinunciare sarebbe per lui un suicidio.

Teologia

Sebbene la Bibbia non contenga a proposito del suicidio esplicite enunciazioni teoriche, tanto l'idea biblica fondamentale della signoria di Dio sulla vita umana, quanto la caratterizzazione negativa dei pochi casi di suicidio che vi sono descritti (per esempio Saul nell'Antico Testamento e Giuda nel Nuovo) mostrano chiaramente come nella tradizione biblica il suicidio sia valutato negativamente. All'esplicita condanna del suicidio è pervenuta conseguentemente sino dall'antichità la chiesa cristiana (Sinodo di Arles del 452, Sinodo di Braga del 563), anche se non sono mancati nella storia del cristianesimo episodi tipici di martirio volontario, assimilabili al suicidio.

Diritto

Il suicidio è condannato dalle leggi naturali ma non dal nostro diritto positivo; la nostra legge attuale si limita, infatti, a punire l'istigazione o l'aiuto al suicidio con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Queste pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata è minore degli anni diciotto o è inferma di mente; qualora sia minore degli anni quattordici valgono invece le norme relative all'omicidio doloso.

Psicologia

È considerato una manifestazione psicopatologica, sintomo di gravi stati depressivi di origine nevrotica o psicotica, salvo che non si presenti in circostanze eccezionali (per esempio in un malato affetto da un male incurabile che voglia così abbreviare le proprie sofferenze).

Sociologia

E. Durkheim ha affrontato il fenomeno del suicidio (Le suicide: étude de sociologie) considerandolo come manifestazione di “anomia”, cioè di stato di disequilibrio sociale, nel quale la gerarchia dei valori si disgrega e viene a mancare ogni forma di regolamentazione e integrazione della personalità individuale. La maggior frequenza dei suicidi Durkheim la riscontrò tra gli individui celibi, divorziati, o vedovi, indicando con ciò che la situazione dei rapporti interpersonali affettivi è decisiva per l'integrità della persona. Le zone urbane, inoltre, secondo Durkheim, presentano casi più frequenti di suicidio rispetto a quelle rurali, e in particolar modo i quartieri cittadini che presentano segni più evidenti di disorganizzazione sociale. Più in generale, lo studio di Durkheim è importante perché ha mostrato che il suicidio non può essere interpretato soltanto con categorie psicologiche, costituendo anzi un fenomeno alla cui origine si riscontrano cause prettamente sociali. L'epidemiologia del suicidio è stata, infatti, oggetto di approfondite ricerche, essendo incluso fra le prime dieci cause di morte nei paesi industrializzati. È stato dimostrato, inoltre, che il suicidio aumenta la sua incidenza con il passare degli anni, con una frequenza doppia negli uomini rispetto alle donne. Si è registrata anche una fluttazione circadiana, con un massimo di frequenza dopo la mezzanotte, e una fluttuazione annuale, con punte massime in primavera. Le modalità più diffuse del suicidio sono rappresentate da superdosaggio di farmaci, dall'avvelenamento da gas domestico, mentre più rari sono i metodi violenti.

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