Gli anni Venti e Trenta

Massimo Bontempelli

Il comasco Massimo Bontempelli (1878-1960) nella sua opera narrativa propose in chiave elegante ma ancora conformista un desiderio di apertura alla modernità.

La vita e le opere

Figlio di un ingegnere ferroviario, studiò a Milano e a Torino; si occupò di editoria e di giornalismo. Nel 1930 venne nominato Accademico d'Italia, proprio quando cominciava ad avvertire un crescente disagio nei confronti del regime fascista, di cui, benché fosse iscritto al partito, non condivise mai il tentativo di controllare la cultura e gli intellettuali. Il suo percorso letterario è contraddistinto dall'urgenza di creare un'arte destinata alla società industrializzata: Bontempelli recupera così il messaggio delle avanguardie, specie del futurismo, che aveva richiamato gli artisti a un rapporto stretto con il mondo della produzione. Futuristi sono il libro di poesia Il purosangue (1920), i romanzi La vita intensa (1920) e La vita operosa (1921), dove le soluzioni narrative risultano però cerebrali e di maniera. I successivi romanzi La scacchiera davanti allo specchio (1922) ed Eva ultima (1923) superano il futurismo e risentono delle suggestioni della pittura metafisica (G. de Chirico, C. Carrà, G. Morandi) e del teatro del grottesco. Gli sforzi per portare avanti lo sperimentalismo si concretizzarono nella rivista "Novecento" (fondata nel 1926 con il giornalista e scrittore toscano Curzio Malaparte, che darà il meglio di sé nei crudi romanzi Kaputt, 1944, e La pelle, 1949), bandiera del modernismo. Il figlio di due madri (1929), Vita e morte di Adria e dei suoi figli (1934), Gente nel tempo (1937) sono i romanzi di questo periodo, contrassegnati da una ricerca ossessiva di valori simbolici. Si ricordano ancora i lavori teatrali Nostra Dea (1925), Minnie la candida (1927), Cenerentola (1942).

La tematica

La concezione dell'arte sviluppata da Bontempelli è sintetizzata nella formula "realismo magico". In polemica da una parte con il verismo ottocentesco, dall'altra con la letteratura accademica, Bontempelli sostiene che l'arte deve essere "realistica", ovvero legata al mondo, ma anche "magica", cioè deve rappresentare "l'irruzione dell'assurdo nella realtà quotidiana", scoprendo "il senso magico nella vita". Di qui anche la particolare attenzione per il cinema. Il suo sperimentalismo tuttavia mostrò a volte congegni narrativi artificiosi, intrecci esasperati, ricerca eccessiva di sorprese e di cambi di scena.