La letteratura umanistica alla corte dei Medici: Lorenzo il Magnifico, Poliziano, Pulci

Agnolo Poliziano

Nel circolo mediceo fu Agnolo Ambrogini (1454-1494), detto il Poliziano, a realizzare una fondamentale sintesi tra la cultura classica e la tradizione volgare fiorentina di Dante, Petrarca e Boccaccio.

La vita e le opere

Da Montepulciano si trasferì nel 1469 a Firenze, ove ebbe come maestri alcuni tra i più bei nomi della cultura umanistica: C. Landino, G. Argiropulo e M. Ficino. Entrò nella cancelleria privata dei Medici, ottenendo a ventun anni l'incarico di precettore dei figli di Lorenzo, Piero e Giovanni, il futuro papa Leone X. In questi stessi anni intraprese la carriera ecclesiastica e nel 1477 divenne priore della Collegiata di San Paolo. Frattanto iniziò a comporre Le stanze per la giostra per la vittoria di Giuliano de' Medici alla grande giostra cavalleresca tenutasi a Firenze nel 1475, e interrotte probabilmente attorno al 1478, quando Giuliano fu ucciso sotto i suoi occhi, vittima della congiura dei Pazzi. A essa, e alla dura repressione esercitata da Lorenzo per rafforzare il proprio potere, Poliziano dedicò una breve opera in latino, Commentario della congiura dei Pazzi (1478), esplicita apologia del potere mediceo. A questo periodo appartiene probabilmente anche la raccolta dei Detti piacevoli. Verso la fine del 1479, forse per contrasti con la moglie di Lorenzo, Clarice Orsini, Poliziano si allontanò da Firenze e dimorò a Venezia, Padova e Mantova. In quei mesi scrisse e fece rappresentare la Fabula di Orfeo, uno dei primi testi teatrali di argomento classico in volgare. Nel 1480, ritrovato il pieno accordo con i suoi protettori, tornò a Firenze e si dedicò completamente agli studi classici, trascurando la produzione poetica in volgare a favore della poesia latina, soprattutto epigrammi ed elegie (celebri quelle In violas, e In Albieram Albitiam, per la morte di una quindicenne), e dell'impegno filologico. Sono testimonianza della sua attività di questi anni i poemetti in esametri latini inclusi nelle prolusioni accademiche: Manto (1482); Rusticus (1483); Ambra (1485) e Nutricia (1486), di contenuto teorico e metodologico. La sua ricerca filologica (raccolta nei Miscellanea, 1489) dette frutti di importanza decisiva; notevoli anche i suoi apporti all'interpretazione di Aristotele e i giudizi letterari di cui sono piene le Epistole (1494). Celebri sono rimaste le sue canzoni a ballo in volgare (fra tutte, I'mi trovai, fanciulle e Ben venga maggio e il gonfalon selvaggio), che traducono in un linguaggio di grande misura una gioiosa cantabilità popolaresca.

Le "Stanze per la giostra" e la "Fabula d'Orfeo"

Scritte in ottave e interrotte poco dopo l'inizio del secondo libro, le Stanze per la giostra furono pubblicate solo nel 1494. Le prime strofe sono dedicate alla glorificazione di Firenze e di Lorenzo (Lauro), nuovo protettore delle arti e della poesia; segue la comparsa della figura di Iulo (Giuliano), la cui giovinezza rude e selvatica è trascorsa nei piaceri della caccia e nel disprezzo per l'amore. Ma un giorno, durante una caccia, egli diviene preda di Cupido, s'innamora e inizia così la sua formazione di uomo sensibile ai valori di amore e della gloria. Il secondo libro si apre con la celebrazione di Lorenzo, poeta e innamorato; a Iulo viene ordinato in sogno di conquistare la donna amata, dimostrando il proprio valore nelle armi. Qui si interrompe il poema, la cui importanza, al di là della trama, abbastanza fragile, consiste nella creazione di una dimensione in cui si rapportano in perfetto equilibrio la potenza illuminata dalla cultura e la bellezza che suscita l'amore. Questo mondo ideale ha come contesto una natura splendente, ancora incontaminata: una rappresentazione tutta terrena, ma non per questo meno affascinante, del mito del paradiso terrestre, in cui l'essere umano può sentirsi perfettamente appagato. L'ottava di origine popolare viene nobilitata attraverso una raffinata eleganza di intarsi letterari, derivati sia dalla tradizione della poesia lirica volgare, sia dall'attenzione filologica alla produzione classica, trattata e tradotta con grande maestria, mentre la lingua è costituita da una preziosa rielaborazione e fusione della tradizione fiorentina degli ultimi due secoli, senza cedimenti alla tentazione di passive imitazioni.

Elaborata sullo schema delle sacre rappresentazioni, la Fabula d'Orfeo ha come contenuto il mito del poeta e musico Orfeo, che grazie alla sua arte divina riesce a commuovere e vincere la morte, ottenendo dal re degli Inferi Plutone la restituzione della sposa Euridice. Non sapendo però resistere all'umanissimo desiderio di rivolgere lo sguardo all'amata lungo il cammino che li riporta sulla terra, la perde per sempre. Poliziano come pochi altri credette nel valore assoluto della poesia portatrice di valori eterni di bellezza e di armonia; ma allo stesso tempo sentì, specialmente dopo il 1480, il senso della fugacità della vita, del rapido tramonto della giovinezza, la fine inevitabile di un sogno. Dal punto di vista teatrale la Fabula riveste una notevole importanza perché segna la nascita del dramma pastorale, che avrà un grande sviluppo nel corso del Cinquecento.