La letteratura umanistica alla corte dei Medici: Lorenzo il Magnifico, Poliziano, Pulci

Luigi Pulci

Luigi Pulci (1432-1484), erede della tradizione burlesca e popolana della cultura fiorentina, fu figura dissonante nel clima raffinato e neoplatonico della corte medicea. Nel 1461, grazie alla protezione di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico, riuscì a entrare nella cerchia medicea con l'incarico di scrivere il suo capolavoro, il Morgante, la cui composizione lo occupò fino alla morte. Iniziò un periodo di grande amicizia tra il poeta e il signore di Firenze, che lo soccorse più volte quando si trovò in difficoltà economiche. Dal 1466 iniziò un periodo molto positivo della sua vita: scrisse la favola villereccia Beca da Dicomano (in parodia della Nencia di Barberino di Lorenzo); ebbe l'incarico di celebrare la giostra vinta da Lorenzo nel 1469; lo accompagnò nel 1471 in un'importante missione diplomatica a Napoli presso la corte aragonese; prese in moglie nel 1473 Lucrezia degli Albrizi. In questi anni ebbe inizio anche un aspro contrasto con Matteo Franco, un sacerdote amico di Marsilio Ficino e molto influente nella corte medicea, che si concretizzò in una serie di sonetti pungenti, in cui Pulci ironizzò in maniera aperta anche su argomenti teologici di grande rilevanza come l'immortalità dell'anima. Per questi motivi l'amicizia di Lorenzo si andò raffreddando e Pulci preferì allontanarsi sempre più spesso da Firenze. Nel 1478 apparve probabilmente la prima edizione, ancora ampiamente incompleta, del Morgante; la seconda edizione, in 23 cantari (canti) costituiti da ottave, uscì a Firenze nel 1481, mentre l'edizione definitiva in 28 cantari fu pubblicata con il titolo di Morgante maggiore nel 1483. Nella parte finale è contenuto un duro attacco contro un frate, probabilmente Savonarola, che aveva condannato pubblicamente Pulci per i suoi scritti sacrileghi. Nel 1484, convinto dall'agostiniano Mariano da Gennazano, Pulci fece pubblica ammenda in un'opera in terzine dal titolo Confessione, che valse a calmare le polemiche e rese realizzabile il progetto di un ritorno a Firenze. Ma Pulci morì improvvisamente a Padova e fu sepolto come eretico in terra sconsacrata.

Il "Morgante"

Se già nelle opere minori (in particolare nei Sonetti e nella Beca da Dicomano) Pulci dà prova di una fantasia sbrigliata e di un gusto per la bizzarria e per la parodia di tutto ciò che è ritenuto intangibile, il culmine di tale atteggiamento culturale è raggiunto nel poema Morgante, che capovolge tutti i valori propri della materia epica cavalleresca. Già la trama, versione grottesca delle narrazioni tipiche delle canzoni di gesta, ha uno sviluppo inconsueto: si narra infatti che Orlando, colpito dalle calunnie di Gano e seccato per il comportamento credulone di Carlo Magno, vecchio e quasi rimbambito, parte per l'Oriente in cerca di avventure. Ma la trama rivela poco delle caratteristiche del poema perché l'interesse dell'autore è rivolto alla rappresentazione imprevedibile, volutamente eccessiva, di fatti inverosimili. Le figure in cui si manifesta meglio l'estro del poeta sono quelle del gigante Morgante e del mezzo-gigante Margutte. Morgante, armato del battaglio di una campana, è l'immagine stessa di ciò che è eccessivo per la sproporzione tra l'immensa forza fisica e la scarsa lucidità mentale. Margutte, invece, che finirà per morire soffocato dalle proprie risate, è la rappresentazione del capriccio della volontà e della natura: è la parodia dell'ideale umanistico di uomo artefice del proprio destino in un quadro di armonica perfezione, conseguita attraverso un percorso razionale. Ma Margutte è dotato di un'astuzia invincibile, di un eccezionale gusto per il male, che si realizza in una contromorale fondata sul furto, l'imbroglio, i piaceri della gola e si manifesta in avventure caratterizzate da una prodigiosa voracità e da sadica perfidia nei confronti delle vittime. Lo stile di Pulci non si richiama all'uso colto del volgare toscano, ma nemmeno si appiattisce sull'uso parlato e popolareggiante; si rivolge al patrimonio di espressioni gergali proprie di settori marginali della società (Pulci compose persino un Vocabolarietto di lingua furbesca, che raccoglieva termini ed espressioni degli ambienti della malavita). Nei suoi versi la parola tende sempre all'ambiguità e il gioco generato dall'accostamento delle parole, dal loro richiamarsi attraverso assonanze fonetiche, talvolta prende il sopravvento sullo sviluppo della narrazione e impone svolte imprevedibili.