La letteratura umanistica a Ferrara e Napoli: Boiardo e Sannazaro

La diffusione dell'umanesimo in Italia

Nell'Italia settentrionale ebbero importanza la corte di Milano, ove operarono i grandi artisti fiorentini Bramante e Leonardo da Vinci e vissero gli scrittori Antonio Loschi (1368-1440) e Francesco Filelfo, e quella degli Estensi a Ferrara, resa illustre dalla presenza di poeti come Tito Vespasiano Strozzi (1424-1505), Pasquale Collenuccio (1447-1492), autore di belle Rime petrarchesche, Nicolò da Correggio (1450-1508), che scrisse il dramma la Fabula di Cefalo (1487) e soprattutto M.M. Boiardo. Particolare importanza, soprattutto nelle arti, ebbe il contributo di Venezia: in campo letterario non vanno dimenticati Francesco Barbaro (1390-1454), autore di un interessante trattato De re uxoria (Sul matrimonio, 1416) sul matrimonio e l'educazione dei figli; Leonardo Giustinian (1388-1446), dottissimo patrizio autore di orazioni in latino e di poesia lirica in volgare (gli Strambotti, diffusi dal 1474). Venezia, inoltre, fu il ponte naturale tra cultura greca e civiltà latina e il primo centro editoriale italiano, grazie a uno sviluppo rapido e di grande qualità del nuovo strumento della stampa: il più prestigioso editore dell'epoca fu l'umanista veneziano Aldo Manuzio (1450-1515). Un rilievo particolare nel centro Italia ebbe la corte di Urbino, soprattutto sotto il duca Federico di Montefeltro e naturalmente Roma, dove operarono tra gli altri Giulio Pomponio Leto (1428-1497), fondatore dell'Accademia pomponiana, e Bartolomeo Sacchi detto il Platina (1421-1481), primo prefetto della Biblioteca Vaticana. Figure di grande rilievo illustrarono l'umanesimo napoletano, sviluppatosi sotto la protezione della dinastia aragonese; il centro organizzativo fu l'Accademia fondata dal Panormita (Antonio Beccadelli, 1394-1471) e diretta successivamente da Pontano (1429-1503), ma la figura di maggiore spicco è Sannazaro. Importante la produzione novellistica di Masuccio Salernitano.

Giovanni Pontano

La produzione letteraria di Giovanni Pontano (1429-1503) tocca quasi tutti i generi ed è scritta prevalentemente in latino. Scrisse una serie di Dialoghi, politici e astrologici, nei quali appaiono i tratti caratteristici del suo umanesimo: una concezione attiva della vita, che Pontano attuò polemizzando contro l'ignoranza, la superstizione, i pedanti, i politici. Pontano amò sopra ogni cosa la poesia e in essa lasciò il segno di una cultura e di una sensibilità raffinata, educata sui classici e insieme attenta a tutti gli aspetti della vita del suo tempo. Scrisse egloghe e raccolte di poesie (Amores, 1455-58; Hendecasyllabi sive Baiae, 1490-1500, che cantano l'atmosfera festosa dei bagni di Baia; Iambici, per la morte del figlio Lucio; Tumuli, che raccoglie epitaffi per la moglie morta Adriana e per il figlio Lucio), poemi di carattere astrologico Urania (1476) e Meteororum liber (Libro delle meteore), l'opera didascalica De hortis Hesperidum (L'orto delle Esperidi). Il suo capolavoro è probabilmente il poema De amore coniugali, in cui Pontano canta le gioie della vita familiare. Famose le dodici Neniae, scritte per il figlio Lucio, opere che lo pongono con Poliziano e il Boiardo del Canzoniere ai vertici della produzione lirica dell'umanesimo.

Il "Novellino" di Masuccio Salernitano

Masuccio Salernitano è il soprannome del sorrentino Tommaso Guardati (circa 1415-1475). Segretario di Roberto di Sanseverino, principe di Salerno, frequentò la corte di Napoli, a contatto con il Panormita, G. Pontano e Z. Barbaro. È noto per il Novellino (postumo, 1476), raccolta di 50 novelle divise per temi in cinque decadi. Tra le fonti, accanto a quella imprescindibile di Boccaccio, vi sono i trattati degli umanisti e in particolare le opere di G. Pontano. La raccolta si caratterizza per la presenza di trame drammatiche, dai toni cupi e crudeli, che rivelano un gusto compiaciuto per le situazioni estreme e l'orrido. La vena narrativa ha la meglio sui toni edificanti, lo stile rinuncia all'imitazione delle costruzioni solenni, di stampo latino, tipiche di Boccaccio, e diviene più libero ed espressivo grazie anche all'uso del dialetto nelle scene più ricche di comicità popolaresca.