Il barocco e Giambattista Marino

Giambattista Marino

Il napoletano Giambattista Marino (1569-1625) è lo scrittore più significativo del nostro Seicento e rappresentò un modello imitato dagli scrittori dell'epoca in tutta Europa.

La vita e le opere

Avviato agli studi giuridici, si dedicò quasi subito alla poesia come poeta cortigiano presso il duca Ascanio Pignatelli e poi (1592) presso il principe Matteo di Capua. Nel 1600 entrò al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini a Roma. Pubblicate le Rime (1602), cominciò a lavorare alla stesura del poema Adone, che nel progetto iniziale avrebbe dovuto essere di tre libri. Nel 1606 seguì Aldobrandini a Ravenna e in altre città del Nord. Giunto a Torino (1608), scrisse per Carlo Emanuele I un panegirico Il ritratto del serenissimo don Carlo Emanuele duca di Savoia (1608), ottenendone in cambio una generosa ospitalità dal 1610 al 1615. A corte si scontrò con l'invidia del segretario del duca, il poeta Gaspare Murtola, autore del poema sacro La creazione del mondo (1608) deriso da Marino. Nel 1608 Marino aveva stampato la raccolta lirica La lira. Gli anni torinesi furono particolarmente fecondi: riprese e ampliò il progetto dell'Adone; nel 1614 stese le Dicerie sacre, tre orazioni fittizie (La pittura, La musica, Il cielo) che dimostrano un'abilità virtuosistica straordinaria nel modellare la lingua nel genere "oratoria sacra". Nel 1615 fu chiamato alla corte di Francia dalla regina Maria de' Medici, a cui dedicò il poemetto encomiastico Il tempio (1615). A Parigi scrisse alcune delle sue cose migliori: gli Epitalami (1616), poesie per nozze, La galeria (1619), rassegna di opere di scultura e pittura di artisti contemporanei. Nel 1620 diede alle stampe La sampogna, composta da 12 poemetti, 8 di contenuto mitologico e 4 di tipo pastorale. Il trionfo giunse con l'Adone (1623), poema in 20 canti la cui lussuosa edizione fu finanziata dallo stesso re Luigi XIII. Poco dopo Marino decise di tornare in Italia, accolto con grandi onori a Torino, a Roma e soprattutto a Napoli. Nella sua città si dedicò alla composizione di un poema religioso in ottave, La strage degli innocenti, già iniziata vent'anni prima; l'improvvisa morte non gli consentì di concludere quest'opera, pubblicata postuma nel 1638. Anche le Lettere (uscite a partire dal 1627) sono postume.

I caratteri dell'opera di Marino

Il carattere del lavoro di Marino è chiarito già da un'affermazione dello stesso poeta, che riguardo alle proprie vaste letture scriveva: "Imparai sempre a leggere col rampino, tirando al mio proposito ciò ch'io ritrovava di buono, notandolo nel mio zibaldone e servendomene a suo tempo". Marino è il poeta che reinventa e rinnova con un'esuberanza cromatica e figurativa mai vista nella nostra letteratura. Sembra aver superato senza ritorno il classicismo a favore di una curiosità infinita e sensuale, originalmente barocca. Le liriche della Lira sono una proliferazione di timbri e sonorità; la Sampogna è un esercizio di gusto inconsapevolmente "esotico" e svaporato; la Galeria poi ­ forse il libro migliore di Marino ­ rimane un incredibile tessuto di rifrazioni e annotazioni curiose.

L'"Adone"

Il libro di maggior successo fu comunque l'Adone. Con i suoi 40.000 versi è il più lungo poema della letteratura italiana. La vicenda che ne costituisce l'esile trama ha al centro l'innamoramento di Venere per il bellissimo giovane Adone. Marte, preso dalla gelosia, costringe il giovinetto a una serie di peripezie e alla fine ne provoca la morte a opera di un cinghiale. Lo svolgimento del mito ha tuttavia un'importanza relativa. Ciò che conta è il modo con cui esso viene raccontato e soprattutto l'infinita serie di episodi secondari, di spunti descrittivi (come quelli celebri del canto dell'usignolo o dell'elogio della rosa) sfruttati oltre ogni aspettativa; l'abilità nel trasformare aspetti allegorici in luoghi della fantasia, come il giardino del Piacere e l'isola della Poesia; e ancora l'infinita gamma di piani e di livelli con cui viene trattata la materia erotica che sta alla base del mito: si va dalle allusioni appena accennate alla narrazione audace e densa di particolari. L'Adone è un immenso coacervo di immagini, una "fabbrica delle meraviglie", un succedersi inarrestabile di metafore e sarebbe vano cercarvi un centro logico; la sua novità sta proprio nell'infrazione della regola classicistica dell'unità del poema eroico e nel recupero della narrazione affabulatoria dei grandi narratori di favole latini (Apuleio, Ovidio, Claudiano) ed ellenistici (Apollonio Rodio, Mosco e Bione).