Alessandro Manzoni

I saggi

La difficile conciliazione tra verità storica e invenzione è oggetto del Discorso del romanzo storico, in cui Manzoni sottolinea l'incoerenza teorica di un genere letterario che mescoli le due componenti. Sembra così negare l'assunto su cui poggia il suo romanzo: in realtà vuole criticare gli eccessi avventurosi cui si abbandonano i romanzi storici coevi. Riconducendo l'operazione inventiva dello scrittore a idee che gli preesistono e che egli "ritrova", di fatto riconcilia il fare storiografico e il fare letterario nella comune dipendenza da una realtà anteriore e divina.

Nel Manzoni storiografo le esigenze metodologiche del razionalista, la passione di patria e l'adesione ai principi cristiani s'intrecciano fittamente. Ne è frutto l'inchiesta-arringa sulla Storia della colonna infame. Rigore di metodo e senso morale guidano la sua ricerca: Manzoni dimostra che i giudici furono consapevoli della loro ingiusta condanna degli untori e contesta l'idea illuministica che attribuiva il misfatto all'oscurità dei tempi, scaricando sulla società un crimine che sarebbe stato possibile evitare usando ragione e coscienza.

Un analogo senso sociale e nazionale impronta la riflessione sulla lingua (la lettera a G. Carena del 1846 e la relazione al ministro Broglio sull'Unità della lingua italiana, la Lettera intorno al libro "De vulgari eloquio" di Dante Alighieri, 1868, la Lettera intorno al Vocabolario, 1868). Le coordinate del pensiero linguistico manzoniano sono il ricorso al criterio-guida dell'"uso" (nella scelta di parole e costrutti) e la proposta di un idioma comune a "tutta quanta l'Italia", nella ricerca di una via intermedia fra il dialetto e il toscano letterario secondo la prospettiva messa in atto nei Promessi sposi.