Giacomo Leopardi

I primi "Canti"

Constatato il nulla universale, la poesia di Leopardi nasceva nel segno della precarietà, come paradosso, scommessa, tentazione: nasceva nel momento stesso in cui il poeta aveva decretato la morte della poesia. Dopo il fallimento di alcuni esperimenti romantici, la vera poesia leopardiana cominciò e si sviluppò su due registri distinti: le nove canzoni (1818-22) e i cinque idilli (1819-21), che costituiscono il primo nucleo di quello che diverrà il libro dei Canti, un "libro" che prenderà forma attraverso pubblicazioni parziali, incrementi, correzioni assidue del lessico e dello stile, passando per tre tappe fondamentali: l'edizione Piatti (Firenze, 1831), con 23 poesie; l'edizione Starita (Napoli, 1835) con 39 poesie; l'edizione postuma Le Monnier (Firenze, 1845), con 41 poesie.

Le canzoni

Delle nove canzoni, le prime cinque sono in parte ispirate dalla proposta di Giordani di una poesia come "magistero civile" su modelli classici, ma anche dall'ansia indeterminata di grandi azioni che Leopardi manifestò più volte nelle lettere e nello Zibaldone. All'Italia e Sopra il monumento di Dante, del 1818, trattano di temi esplicitamente patriottici, avendo in comune il paragone tra un passato glorioso e un presente umiliato dalla schiavitù e dalla viltà. Anche la canzone Ad Angelo Mai (1820) è inizialmente impostata come esortazione alla riscossa civile, sennonché la decadenza e l'impotenza dell'oggi si estendono qui a condizione generale dell'umanità, che ha perso le illusioni di un felice stato naturale per precipitare in un'epoca dominata dalla nefasta cognizione del "vero", generatrice della noia e del nulla.

Si delinea perciò un pessimismo radicale che si confermerà nelle Nozze della sorella Paolina (1821): crollata ogni speranza di intervenire sul presente, la virtù viene esaltata stoicamente per se stessa. In A un vincitore nel pallone (1821) si esaltano, per se stessi, l'agonismo e il rischio, rimedi unici a un'esistenza svuotata di qualsiasi valore e significato; la terribile conclusione ("Nostra vita a che val? solo a spregiarla") segna il passaggio alle due grandi allegorie dell'infelicità umana, Bruto minore (1821) e l'Ultimo canto di Saffo (1822), dove ormai la natura non è più madre benigna ma crudele matrigna. Bruto morente distrugge il mito della virtù e, con il suicidio, si erge titanicamente contro la divinità insultandola. Saffo, "dispregiata amante" perché la natura le negò la bellezza, si vota anche lei al suicidio, ma la sua protesta, a differenza di quella di Bruto, ha intonazioni elegiache, intimamente dolenti e appassionate. Funzione di duplice congedo, dalle "favole antiche" dei pagani e dalla mitologia biblica, assolvono infine le altre due canzoni del 1822, Alla primavera e l'Inno ai patriarchi.

Gli idilli

Gli idilli veri e propri ("idilli, esprimenti, situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo") sono cinque: L'infinito (1819), Alla luna (1819), La sera del dì di festa (1820), Il sogno (1820-21), La vita solitaria (1821). Rispetto alle canzoni, le "situazioni idilliche" sono tutte concentrate e risolte nel soggetto: sono brani della "storia di un'anima", che si svolgono in un determinato spazio e in un preciso momento, messi sempre in relazione, tramite la memoria, con altri momenti e con altre "avventure" interiori già sperimentate. Il mutamento è anche nello stile: non più l'ardua sintassi, il lessico fitto di arcaismi e latinismi delle canzoni, ma un linguaggio piano, che accosta sapientemente parole rare a parole trasparenti e quotidiane. Capolavori assoluti sono i componimenti brevi, L'infinito e Alla luna, che condensano, rispettivamente, la sensazione di vertigine davanti a un infinito suggerito per contrasto da elementi "finiti" e il piacere di una "rimembranza" sollecitata da un sublime, affettuoso dialogo con la luna.