Giacomo Leopardi

La conversione filosofica

La crisi personale toccò l'apice nel 1819, allorché alle altre sofferenze si aggiunse una malattia agli occhi che lo costrinse a rinunciare anche alla lettura. Nel luglio un tentativo di fuga dalla casa paterna (per un viaggio a Roma) venne subito scoperto e sventato da Monaldo. Intanto l'ansia e lo scetticismo filosofico radicalizzavano la scoperta del nulla ("Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare, considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla", Zibaldone). Che la realtà sia il nulla e che il nulla sia "solido", sia fatto di materia, abbia un corpo, è il tragico paradosso alla base del pensiero leopardiano, in cui si generano a catena altri paradossi: l'enigma che il nulla-materia nasconde in sé provocando dolore è un gigantesco interrogativo pietrificato che la natura dissemina in mille frammenti, coinvolgendo nella sua inquietante domanda l'esistenza dei mortali. E dall'arcano "mirabile e spaventoso" racchiuso nel nulla nasce il bisogno disperato delle "illusioni", anch'esse concepite e sentite nella sfera della corporeità, piaceri "vani" ma "solidi". Nell'orizzonte del "nulla" Leopardi affrontò i grandi temi che erano stati al centro del pensiero settecentesco e che riemergevano, con soluzioni diverse, nel dibattito romantico: in solitaria meditazione, mise a fuoco una serie di antitesi. La prima antitesi è quella, risalente a J.-J. Rousseau, tra natura e ragione: la natura tende alla felicità, la ragione la distrugge; la natura è il regno del "bello", delle illusioni, della poesia, mentre la ragione, portatrice del vero, inaridisce il cuore e dissolve i sogni. Il dualismo poesia-filosofia si tradurrà dunque nel contrasto fra "poesia di immaginazione" e "poesia sentimentale". Per Leopardi la poesia autentica è soltanto la prima, perché prodotta dalla fantasia creatrice di miti; ma i moderni, immersi nell'"arido vero", non sono capaci che di poesia sentimentale, una sorta di filosofia. Il riconoscimento dell'inevitabilità di una poesia nutrita di pensiero avvicinava Leopardi ad alcune posizioni dei romantici, ma con precisi limiti e insanabili dissensi. Nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (iniziato nel 1818) egli accettava i postulati critici della scuola romantica (il rifiuto dell'imitazione degli antichi e dell'abuso della mitologia), mentre dei principi costruttivi condivideva soltanto l'interesse per il "patetico", interpretando però questa categoria come una dolorosa necessità, una rinuncia, senza adeguato compenso, al conforto della fantasia.