Fra Ottocento e Novecento: la stagione decadente

Gabriele D'Annunzio

Gabriele D'Annunzio (1863-1938) è certo uno dei protagonisti del decadentismo europeo. Maestro della tecnica letteraria e del virtuosismo, provò quasi tutti i generi, lavorando intorno a una scrittura capace di innumerevoli stili e registri. L'Alcyone resta uno dei libri più belli dell'inizio secolo. Ma la sua opera, per quanto complessa e sfuggente, non appare solo come la distillazione di tutte le possibilità romantiche: è anche il sostrato di tutte le svariate proposte novecentesche. D'Annunzio sembra nel bene e nel male il padre del Novecento.

Gli esordi e il periodo romano

Compiuti i primi studi nella città natale di Pescara, nel 1874 fu mandato a Prato, dove rimase fino al conseguimento della licenza liceale (1881). Il suo talento trovò una prima espressione nei versi di Primo vere (1879), ispirati al modello carducciano, che lo segnalarono all'attenzione della critica. Iscrittosi alla facoltà di lettere di Roma, non portò mai a termine gli studi, trovando nei circoli letterari della capitale e nei giornali cittadini ("La Fanfulla della Domenica" e la "Cronaca bizantina") l'occasione per mettersi in vista. Nel 1882 uscirono il Canto novo, in cui affermò la propria visione panica e sensuale della vita, e i bozzetti narrativi di Terra vergine, ambientati nel natio Abruzzo, in cui è palese l'influsso di Verga. Il 1886 è l'anno dei racconti di San Pantaleone, confluiti poi, insieme ad altri, nelle Novelle della Pescara (1902). Seguì un periodo di crisi e di ripensamento che lo indusse a confrontarsi e misurarsi con quanto di meglio e di più affine alla sua sensibilità era nel decadentismo europeo. Nelle letture di Nietzsche e Wagner, e in particolare nella concezione del "superuomo", trovò invece la legittimazione "filosofica" per quel "vivere inimitabile", sprezzante di ogni morale comune, che avrebbe caratterizzato gran parte della sua opera e della sua vita.

Il successo: i romanzi e la grande poesia

Espressione di tale travaglio furono i romanzi Il piacere (1889); Giovanni Episcopo (1891); L'innocente (1892); Il trionfo della morte (1894); Le vergini delle rocce (1895). In essi la tradizione ottocentesca viene stemperata in personaggi e atmosfere sovraccarichi di torbido e morboso psicologismo. Svolto nel frattempo il servizio militare a Roma, nel 1891 fu costretto dai creditori a trasferirsi a Napoli, dove rimase due anni, scrivendo sul "Mattino" di E. Scarfoglio e M. Serao. Sul fronte lirico, dopo La Chimera (1890) e le Elegie romane (1892), pubblicò le Odi navali e il Poema paradisiaco (1893), che segnò una tappa importante nell'evoluzione del linguaggio poetico italiano aperto a una morbida cantabilità, a ritmi e a suggestioni oniriche.

Nel 1897 si buttò nell'agone politico, risultando eletto deputato per la Destra; ma non comparve mai alla Camera, se non per passare, due anni dopo, con spettacolare disinvoltura sui banchi della Sinistra ("vado verso la vita"). Intanto aveva conosciuto la grande attrice Eleonora Duse (ritratta più tardi in maniera impietosa nel romanzo Il fuoco, 1900), con cui ebbe un lungo sodalizio d'arte e di vita. Si cimentò infatti nel teatro, genere per il quale, a partire dal Sogno d'un mattino di primavera (1897), scrisse numerose opere: La città morta (1898); La Gioconda (1899); La gloria (1899); Francesca da Rimini (1902); La figlia di Iorio (1904), La fiaccola sotto il moggio, (1905); La nave (1908); Fedra (1909). Il suo capolavoro è La figlia di Iorio, in cui la lingua si adegua mirabilmente alla sacralità orgiastica e primitiva della vicenda. Nella quiete della Capponcina, la villa di Settignano, presso Firenze, nacquero i primi tre libri di poesia delle Laudi: Maia (1903), Elettra (1903) e Alcyone (1904). Soprattutto a quest'ultimo è giustamente affidata la sua fama. L'uomo e la natura appaiono come trasfigurati in una sembianza eterea, senza contorni, in cui la parola è una musica avvolta nelle proprie magiche eufonie e il verso è davvero tutto: mito, canto, solarità, metafora di acqua, cielo e terra, oblio segreto, ricordo e presagio, culla e destino di ogni cosa. D'Annunzio scrisse ancora in versi le patriottiche Canzoni delle gesta d'oltremare (1912), pubblicate sul "Corriere della Sera" durante la guerra di Libia, e i Canti della guerra latina, usciti sullo stesso giornale tra il 1914 e il 1918, che andarono a comporre rispettivamente Merope e Asterope, il quarto e quinto libro delle Laudi (gli altri due, previsti dal progetto originario, non vennero mai scritti); ma in queste opere, pur conservando spesso un notevole magistero formale e un raro mestiere, di rado seppe evitare le secche della retorica.

Il periodo francese

Per i debiti accumulati dagli sperperi di un tenore di vita superiore ai pur cospicui diritti d'autore (nel 1910 aveva intanto pubblicato l'ultimo romanzo, Forse che sì forse che no), venne il sequestro della Capponcina, che lo costrinse al "volontario esilio" in Francia. Dopo alcuni mesi trascorsi come ospite d'onore della buona società parigina, si ritirò ad Arcachon, sulla costa atlantica. Qui scrisse ancora per il teatro, in una totale identità fra parola e musica, opere di cesellata maniera (alcune in un francese antico che suscitò l'ammirazione di A. France): Le martyre de Saint Sébastien (1911, musicato da C. Debussy), La Pisanelle (1912, musicata da I. Pizzetti), Parisina (1913, musicata da P. Mascagni). Nel 1911 cominciarono ad apparire sul "Corriere della Sera" le Faville del maglio, che inaugurarono una prosa di memoria "interiore" e di ripiegamento. L'anno successivo la morte di G. Pascoli e di A. Bermond, proprietario della villa di Arcachon in cui abitava, gli ispirarono Contemplazione della morte, che contiene alcune tra le sue pagine migliori. Scrisse anche il racconto La Leda senza cigno (1913, pubblicato nel 1916).

La guerra e gli ultimi anni

Ai primi di maggio del 1915 rientrò in Italia per schierarsi con gli interventisti, che chiedevano la partecipazione dell'Italia alla prima guerra mondiale a fianco dell'Intesa contro Germania e Austria. Partecipò alla guerra e con valore: fu protagonista di imprese come la beffa di Buccari e il volo su Vienna, che divennero leggenda. Per la perdita dell'occhio destro e la cecità temporanea a cui fu costretto egli dettò il Notturno (1921), il "comentario delle ténebre" dallo stile levigato e scarnito. La delusione per la vittoria "mutilata" lo spinse a guidare l'occupazione di Fiume (settembre 1919) e ad assumere la Reggenza del Carnaro, provocando l'intervento dell'esercito italiano in quello che D'Annunzio chiamò "Natale di sangue" del 1920: furono questi avvenimenti l'apogeo e insieme la fine della sua parabola di uomo d'azione. Nel 1921 si ritirò nei pressi di Gardone, sul lago di Garda, in una villa che divenne il Vittoriale degli Italiani, un monumento elevato a se stesso e una dorata prigione, in cui Mussolini lo confinò ricoprendolo di onori e riconoscimenti (la nomina a Principe di Montenevoso nel 1924; l'edizione, a spese dello Stato, dell'Opera Omnia, 1926; la presidenza dell'Accademia d'Italia, 1937). Nel Vittoriale attese alle ultime opere: i due volumi delle Faville del maglio (1924 e 1928), i frammenti narrativo-memoriali del Libro segreto (1935), Le dit du sourd et du muet (1936) in francese antico.

Il giudizio critico

Il merito maggiore di D'Annunzio è l'idea che la letteratura possa essere un discorso infinito: la facoltà estrema non solo di riuscire a conquistare ma anche a raccontare la straordinaria vitalità dell'esistenza. D'Annunzio sperimentò e provò ogni possibilità espressiva. Toccò in qualche modo i limiti come i difetti della tradizione letterario-umanistica, stabilendo quelle "colonne d'Ercole" che tutti i poeti italiani del Novecento sapranno tanto più rispettare quanto più si sentiranno difesi da quegli stessi limiti della parola, ormai definiti e dunque invalicabili. Ciò che più conta in lui è il senso altissimo di un'esperienza letteraria che cercò di essere un modello espressivo assoluto, consapevolmente moderno, anche grazie alla tanto disprezzata retorica. Il poeta Montale non esitò ad affermare che per superare D'Annunzio era indispensabile "attraversarlo". In effetti, nonostante il molto artificio, le troppe vuote sonorità e la diffusa assenza di un solido senso morale, sacrificato per un'irraggiungibile "favola bella", ciò che è più vivo nella sua opera rappresenta un passaggio obbligato per intendere appieno quel che avvenne durante e dopo la sua vita.