"La Shoah è stata un delitto italiano". Intervista a Furio Colombo

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A vent'anni dalla celebrazione in Italia del primo Giorno della Memoria, il giornalista ed ex parlamentare spiega le ragioni che portarono all'approvazione della legge.

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio per commemorare le vittime dell'Olocausto. Istituita il 1° novembre 2005 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, in Italia viene celebrata nella stessa data (che ricorda la liberazione di Auschwitz nel 1945 da parte dell’Armata Rossa) fin dal 2000, anno in cui è stata approvata una legge in merito, promossa dal giornalista e scrittore Furio Colombo, all’epoca deputato per i Democratici di Sinistra.

Come è nata l’idea di una proposta di legge per istituire il Giorno della Memoria?
«Dal fatto di aver vissuto i tempi in cui accadevano manifestazioni di ideologia e organizzazione politica fascista e nazista. Ero un bambino, andavo in giro e a scuola: nella vita di tutti i giorni vedevo ciò che stava succedendo. È accaduto semplicemente di non averlo mai dimenticato. Già nel dopoguerra, quando a scuola si celebrava il giorno della Liberazione, il mio intento di scolaro era parlare delle leggi razziali. Insieme al mio compagno di banco Edoardo Sanguineti ci battevamo affinché gli insegnanti, tutti ex comandanti partigiani e leader della resistenza, antifascisti insomma, non facessero passare l’idea che la Liberazione avesse ‘lavato’ l’orrore delle leggi razziali».

Per ricordare l’orrore di quelle leggi, serviva un’altra legge.
«Esatto. Ho avuto la prima possibilità di presentare una legge quando sono stato eletto alla Camera nel 1996. L’ho fatto immediatamente. Prima che la discussione si accendesse a Montecitorio, c’è stata una diatriba sulla data da scegliere».

Lei per quale spingeva?
«Dopo aver letto il memoriale "16 ottobre 1943" di Giacomo Debenedetti, piccolo capolavoro della letteratura italiana, ho sempre pensato che il Giorno della Memoria avrebbe dovuto essere appunto il 16 ottobre, in ricordo del rastrellamento del ghetto di Roma. In una sola notte furono arrestati e deportati più di mille ebrei italiani, tra cui bambini, neonati, vecchi e malati. Solo in 16 sopravvissero. C’era un punto che mi stava molto a cuore, mentre mi accingevo a questa ‘impresa’ in Parlamento: la Shoah era stata un delitto italiano». 

Che idea c’era invece in Italia?
«L’idea diffusa, anche tra i più fervidi antifascisti che conoscevo - dai compagni di scuola agli insegnanti, fino ai familiari e agli amici - era che l’Olocausto fosse stato un crimine tedesco a cui pochi sciagurati italiani avevano partecipato. Ecco, a me stava a cuore che questa leggenda fosse cancellata, perché purtroppo avevo conservato la memoria vivissima di come le cose fossero andate e di quanti si fossero prestati affinché la persecuzione degli ebrei potesse avere successo».

Lei è nato in una famiglia ebraica. Che ricordi ha della sua infanzia? 
«Vivevamo a Torino e mio padre apriva La Stampa sul tavolo, dandomi le notizie del giorno. Così come ricordo quelle notizie, non ho mai dimenticato il momento in cui, con un appello del direttore didattico, furono detti i nomi di tutti gli alunni che non sarebbero mai stati più riammessi nelle scuole del Regno perché ebrei. Non dimentico la scomparsa dei docenti, così come di illustri personaggi della vita pubblica torinese, tra persone amiche e conosciute, colpevoli solo di essere ebrei. Questi fatti hanno segnato la mia infanzia al punto da non poter dimenticare e tantomeno tollerare la certezza da parte dei miei concittadini che le SS fossero responsabili di tutto. La vera storia è che l’Italia è stata un Paese razzista: ciò che i tedeschi hanno fatto in Europa, gli italiani lo hanno fatto in Italia per conto dei tedeschi».

Nell’immaginario collettivo non è così.
«In ogni film americano la Shoah è colpa dei tedeschi in quanto cittadini della Germania, in quanto sudditi di Hitler, in quanto soldati della Wermacht o delle SS. Ma Vittorio Emanuele III fu l’unico re a firmate leggi razziali contro i suoi cittadini. Nessuno tra i sovrani dei vari Paesi europei occupati lo fece. La Shoah fu un delitto compiuto da italiani contro italiani e non potevamo fingere fosse stato una disgrazia. Tutti sapevano che certe cose erano accadute: la mia legge voleva dire agli italiani che il nostro Paese è stato complice. Dal 1996 al 2000 ho lavorato per questo».

Come si arrivò al cambio di data?
«Ci furono discussioni con la comunità ebraica. A farmi cambiare idea fu Tullia Zevi, presidente dell'Ucei: “Se scegliamo il 16 ottobre facciamo un tributo dovuto agli ebrei romani, isolando però questo fatto tremendo dall’enormità europea della Shoah”. La data simbolo a livello europeo, disse, non poteva che essere il 27 gennaio, giorno nel 1945 della liberazione di Auschwitz: il momento in cui il mondo si rese conto di quello che stava veramente accadendo nei campi di sterminio. Fino a quando la discussione era stata sul 16 ottobre, che rivelava l’italianità del delitto, avevo insistito. Ma di fronte a questa argomentazione, ho accettato il 27 gennaio, perché l’apertura di Auschwitz aprì in effetti le porte dell’inferno e fece capire che cosa accadeva in tutto il mondo raggiunto dal fascismo e dal nazismo. Quando una pattuglia della Guardia Nazionale Repubblicana arrestava un cittadino, ne accertava la qualità di ebreo e lo consegnava ai colleghi tedeschi. In quel momento lo stava mandando ad Auschwitz, rendendosi protagonista della distruzione del popolo ebraico tanto quanto i nazisti».

Come fu l’iter parlamentare?
«Erano gli anni in cui si cominciava a dire, Berlusconi compreso, che il fascismo fosse stato “ben poca cosa”. Non si può dire, a chi lo ha vissuto. Fu un errore, questo, che rese ancora più intenso il desiderio di far passare quella legge, che trovò l’ostilità della destra della Camera. Curiosamente, non di quella post fascista, tipo Fini, ma di quella ben arroccata dentro Forza Italia e all’interno di altri partiti pseudocentristi, diciamo. È stato un percorso lungo, difficile, durante il quale mi è venuto in soccorso buona parte del Parlamento, che gradualmente è aumentata fino all’approvazione all’unanimità». 

C’è stato un momento decisivo nell’approvazione della legge?
«Sì, quando ho ricordato ai miei colleghi che, in ogni seggio in cui erano seduti, qualcuno circa 60 anni prima aveva votato sì alle leggi razziali e si era alzato gridando “Viva il Duce!”. E con “qualcuno” intendevo tutti, senza eccezioni. Abbiate almeno il coraggio di ricordare ai giovani italiani, dissi, la responsabilità che il Paese ha avuto in quel periodo tremendo». 

In che modo dovremmo vivere il Giorno della Memoria?
«Il problema è domandarsi in che modo ambientare culturalmente e storicamente un qualcosa che si presta a essere rifiutato dalla memoria, evitando che diventi una routine, una celebrazione come tante in cui si fa una marcia, si dice un discorso e finisce lì. Ad ogni modo, se i fascisti riescono ogni anno a fare un incredibile pellegrinaggio a Predappio ricordando Mussolini, responsabile della distruzione dell’Italia fino alle macerie del 1945, è inevitabile che le persone normali si mobilitino per ricordare ciò che è accaduto. E qui non uso la frase “affinché non accada mai più”, perché purtroppo come vediamo con gli Uiguri in Cina le persecuzioni, seppur non spaventosamente organizzate come nella Shoah, esisteranno sempre. Sappiate che è accaduto, ricordatelo: è questo il senso del Giorno della Memoria. Un omaggio che si può fare non tanto e non solo alle vittime ebree, ma alla verità dei fatti come sono successi».

Matteo Innocenti