Ecocidio, il crimine contro l'ambiente: significato e storia

Distruggere interi ecosistemi, inquinare terre e mari in modo irreversibile, compromettere la vita sul pianeta: l’ecocidio è un danno ambientale estremo, sempre più frequente e grave. Ma può essere considerato un crimine internazionale, al pari del genocidio? Ecco cosa significa, da dove nasce il termine e a che punto è il dibattito giuridico.
Negli ultimi anni, il termine ecocidio ha guadagnato sempre più visibilità, indicando la distruzione su vasta scala degli ecosistemi: un danno talmente grave e duraturo da minacciare la sopravvivenza della vita sulla Terra. Da scenario militare — come accadde in Vietnam con l’uso dell’Agent Orange — a disastro industriale, fino alle grandi emergenze ambientali di oggi come la deforestazione dell’Amazzonia, l’ecocidio è sempre più al centro del dibattito internazionale. Approfondiamo insieme il significato del termine, le sue origini storiche e le proposte per il suo riconoscimento come crimine internazionale, accanto a genocidio e crimini di guerra.
Cos'è l'ecocidio
La parola ecocidio proviene dal greco oikos – casa - e dal suffisso latino -cidium derivante dal verbo caedere – uccidere -, e significa letteralmente “l’uccisione della casa comune”. Si tratta di un termine potente, che definisce la distruzione su larga scala o il danneggiamento grave, esteso e duraturo degli ecosistemi naturali, e viene adoperato anche per indicare un disastro naturale causato indirettamente o in qualche modo ricollegabile alla mano dell’uomo.
Nel contesto legale, il reato di ecocidio è stato proposto come crimine internazionale, al pari di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il suo riconoscimento giuridico permetterebbe di perseguire singoli individui (leader politici, dirigenti aziendali, militari) o società e organizzazioni, responsabili di gravi atti contro l’ambiente a livello internazionale, anche in assenza di leggi specifiche negli Stati di pertinenza.
Le origini del concetto di ecocidio
Il termine ecocidio fu utilizzato per la prima volta nel 1970 in un contesto militare, quando la distruzione ambientale venne impiegata come strumento bellico: durante la guerra del Vietnam, l’esercito statunitense utilizzò massicciamente sostanze chimiche defoglianti come l’Agent Orange per eliminare la vegetazione tropicale, al fine di privare i combattenti vietnamiti di cibo e della protezione offerta dalla giungla: queste sostanze distrussero o danneggiarono più di 20mila chilometri quadrati di foresta e 2mila chilometri quadrati di campi coltivati, inquinando i terreni con la diossina per decenni, causando danni irreversibili agli ecosistemi e gravi conseguenze sanitarie per milioni di persone, come tumori e malformazioni fetali.
Il biologo statunitense Arthur Galston - coinvolto negli anni ‘40 nella ricerca sugli effetti defolianti della sostanza alla base dell’Agent Orange - fu tra i primi a denunciare pubblicamente questi effetti, accusando apertamente gli Stati Uniti di aver compiuto un crimine contro l’umanità, provocando una deliberata e permanente distruzione di un ambiente abitato da persone e chiamando questo crimine “ecocidio”.
Il termine fu poi rilanciato nel 1972 dal primo ministro svedese Olof Palme, in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano a Stoccolma: durante il suo intervento, Palme condannò apertamente la guerra del Vietnam per l’impatto devastante sull’ambiente e fece riferimento alla distruzione sistematica della natura come crimine morale e politico.
Le tappe verso un riconoscimento giuridico dell'ecocidio
Sul piano giuridico internazionale, il tema del reato di ecocidio – cioè la distruzione grave e su larga scala dell’ambiente – è discusso da decenni, ma non ha ancora trovato uno spazio chiaro e autonomo nei principali trattati.
Un primo riconoscimento arriva nel 1980, quando la Commissione di Diritto Internazionale delle Nazioni Unite afferma che anche i gravi danni all’ambiente possono rientrare tra i crimini internazionali. Tuttavia, non si giunge ad una definizione chiara né a sanzioni specifiche.
Nonostante questa apertura, nel 1998, quando viene approvato lo Statuto di Roma – il trattato che istituisce la Corte Penale Internazionale (CPI), ovvero il tribunale che si occupa dei crimini più gravi contro la comunità mondiale –, l’ecocidio non viene incluso tra i crimini principali, come genocidio e crimini di guerra.
L’unico accenno all’ambiente compare in un articolo dove si parla di crimini di guerra nei casi in cui un attacco provochi danni gravi, duraturi e diffusi all’ambiente naturale. Ma si tratta di situazioni molto limitate, legate solo ai contesti di conflitto armato. In parole povere, non esiste ancora uno strumento giuridico che punisca chi devasta l’ambiente in tempo di pace, come nel caso di disastri industriali o deforestazioni massive.
Che cosa ha proposto la Stop Ecocide Foundation nel 2021
Una vera svolta arriva solo nel giugno 2021, quando la Ong ambientalista Stop Ecocide Foundation propone ufficiale alla Corte Penale Internazionale di inserire l’ecocidio tra i crimini internazionali più gravi, al pari di genocidio, crimini di guerra o crimini contro l’umanità. A tale scopo, un gruppo e indipendente di esperti legali internazionali scrive una proposta ufficiale per modificare lo Statuto di Roma, introducendo il reato di ecocidio e fornendone una definizione giuridica: «indica atti illegali o sconsiderati compiuti con la consapevolezza di una significativa probabilità che tali atti causino danni all’ambiente gravi e diffusi o di lungo termine».
In pratica, se una persona o un’organizzazione compie azioni distruttive per l’ambiente, sapendo che quei danni potrebbero essere molto gravi e durare a lungo, dovrebbe essere considerata penalmente responsabile davanti a un tribunale internazionale. Per la Stop Ecocide Foundation sono da considerarsi ecocidi: la distruzione dei fondali oceanici causata da alcune forme di pesca industriale, le fuoriuscite di petrolio nel mare - come quella della piattaforma Deepwater Horizon nel 2010 -, le grandi deforestazioni nelle foreste tropicali, disastri nucleari quali quelli di Chernobyl e Fukushima, ma anche i danni causati dall’estrazione di minerali o combustibili fossili e dalle emissioni di sostanze inquinanti.
Perché serve una legge contro il reato di ecocidio
La Corte Penale Internazionale (CPI), operativa dal 2002 grazie allo Statuto di Roma, è l’unico tribunale permanente con il compito di giudicare individui responsabili di crimini che colpiscono l’intera comunità internazionale. È competente per quattro crimini fondamentali: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione. Può intervenire quando uno di questi reati è stato commesso da un cittadino, o nel territorio, di uno dei 123 Stati che hanno ratificato lo Statuto – Italia compresa – oppure quando il caso è stato sottoposto da uno Stato parte, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU o anche da singoli cittadini. Pur con diversi limiti (ad esempio, non può imporre l’estradizione degli imputati), la CPI esercita comunque una forte influenza simbolica e politica, contribuendo a far emergere e condannare pubblicamente violazioni gravi del diritto internazionale.
Proprio per questo, riconoscere l’ecocidio come quinto crimine internazionale sarebbe un passo fondamentale: significherebbe dotarsi di uno strumento giuridico per perseguire chi distrugge consapevolmente l’ambiente su vasta scala, anche quando i singoli Stati non agiscono. Tuttavia, è bene chiarirlo: al momento si tratta solo di una proposta, avanzata da esperti indipendenti e sostenuta da campagne civiche internazionali.
Perché diventi legge, è necessario che gli Stati membri della CPI approvino formalmente un emendamento allo Statuto: si tratta di un processo articolato, che richiede tempo, negoziazione politica e consenso, ma che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui la giustizia internazionale tutela la salute del pianeta.
Cosa prevede la nuova direttiva europea sull’ambiente
Nel frattempo, l’Unione Europea ha deciso di muoversi in modo concreto: il 27 febbraio 2024 il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’UE hanno approvato una nuova direttiva che rafforza la tutela penale dell’ambiente. La norma introduce nuovi reati ambientali, inasprisce le sanzioni e punta a migliorare l’efficacia delle indagini e dei procedimenti giudiziari.
Tra le novità principali ci sono la possibilità di istituire sezioni giudiziarie specializzate, l’introduzione di reati come l’immissione sul mercato di prodotti dannosi, l’esaurimento delle risorse idriche, il commercio illegale di legname o l’inquinamento provocato dalle navi.
Per la prima volta viene definito anche un reato ambientale “qualificato”, che potrà essere considerato una forma di ecocidio se causa la distruzione di ecosistemi di particolare valore o la compromissione di habitat protetti. Le pene arrivano fino a 8 anni di reclusione, con sanzioni accessorie come l’esclusione da finanziamenti pubblici o l’obbligo di risarcimento. La direttiva rafforza inoltre la cooperazione tra Stati, estende la responsabilità penale alle imprese e tutela informatori e cittadini che collaborano nella denuncia di questi crimini.
Paola Greco
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