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apologìa

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Lessico

sf. [sec. XIV; dal greco apología]. Propr., nella Grecia antica, discorso di autodifesa che, secondo il costume attico, l'imputato pronunciava di persona. Per estensione, discorso o scritto in difesa ed esaltazione della propria opera oppure di una persona, di una dottrina filosofica o politica, di una religione: “il libro è fondamentalmente un'apologia della Chiesa romana contro la Chiesa anglicana” (Gramsci).

Diritto

Apologia di reato, esaltazione in pubblico di un fatto che la legge prevede come reato. Suonando denigrazione della legge e dei principi morali sui quali si fonda l'ordinamento giuridico, costituisce reato, punibile, secondo la sua gravità, con la reclusione da tre a dodici anni (Codice Penale, art. 303). Se il reato è perpetrato da pubblico ufficiale per cose inerenti al suo ufficio, la pena è la reclusione fino a un anno (Codice Penale, art. 327); se si tratta di militari, la reclusione è da un anno a tre anni (Codice Penale, art. 266). L'apologia sovversiva o antinazionale è punibile con la reclusione da uno a cinque anni (Codice Penale, art. 272). Con la legge 3 dicembre 1947, n. 1546, cade sotto l'apologia di reato anche l'apologia del fascismo (reclusione da sei mesi a tre anni). L'apologia va distinta dall'istigazione vera e propria, per la quale s'influenza in modo determinante una persona a commettere un reato.