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intellètto (sostantivo)

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Lessico

sm. [sec. XIII; dal latino intellectus-us].

1) Facoltà del pensiero in quanto capacità di astrarre dai singoli dati sensoriali per cogliere nelle cose quegli aspetti che vanno oltre ciò che è immediatamente fornito dai sensi o che il senso non può cogliere, cioè la loro essenza (o sostanza).

2) Nel linguaggio comune, capacità di pensare, di ragionare; intelligenza: uomo di alto, di scarso intelletto; perdere l'intelletto, la ragione; il ben dell'intelletto, la capacità di ragionare; trarre d'intellettoqualcuno, farlo infuriare, farlo impazzire.

3) Per estensione, persona dotata di grandi doti intellettuali: uno dei migliori intelletti della nostra epoca; il primo intelletto, Dio.

4) Ant., cognizione: “Donne ch'avete intelletto d'amore” (Dante). Indole, carattere, personalità. Significato di una parola, di un discorso, di un'opera.

Filosofia

Alcune dottrine filosofiche assumono l'intelletto come semplice facoltà di comprensione e di conoscenza, facendone il mezzo per raggiungere la dimensione intelligibile delle cose; in tale gruppo di dottrine è opportuno distinguere tra quelle che vedono nelle operazioni dell'intelletto un puro procedimento metodologico di astrazione, che però non privilegia ontologicamente l'intelligibile nei confronti del dato sensibile, e altre, al contrario, che operano questo privilegiamento, elevando l'intelligibile a vera realtà delle cose e abbassando il dato sensoriale a parvenza illusoria, a irrealtà priva di spiegabilità e di senso. Diversa è ancora la posizione di quelle dottrine che ipostatizzano l'intelletto e ne fanno un principio metafisico, elevandolo a fondamento del tutto. Per alcune di esse l'intelletto in quanto tale ha già in sé innato l'intelligibile; altre riconducono l'insieme dei concetti dell'intelletto a un risultato dell'operazione astraente da questo, attuata nei confronti della realtà sensibile, e quindi a un prodotto dell'attività dell'intelletto medesimo. Nella storia del pensiero queste posizioni fondamentali s'intersecano fra di loro e stanno alla base di tutti i principali sistemi che tentano di spiegare la realtà della conoscenza umana, i suoi processi e il suo funzionamento. Un primo concetto d'intelletto appare in Anassagora, la cui dottrina del Nous come principio e fondamento di tutta la realtà intende ricondurre ogni cosa all'intelligenza, principio di cui però non si può dire nulla se non definendolo in base ai suoi effetti (ordine nella natura, ecc.). Ben più complessa la dottrina aristotelica secondo la quale l'intelletto è quella facoltà dell'anima umana che può cogliere l'intelligibile nelle cose date ai sensi. Importantissima è poi, anche per gli sviluppi che avrà in seguito nella filosofia medievale e particolarmente nel pensiero arabo, la distinzione che Aristotele compie fra intelletto passivo, cioè la facoltà della comprensione dell'intelligibile, e intelletto attivo, quello che presiede al processo per cui l'intelletto passivo passa dalla potenza all'atto, cioè dalla mera potenzialità di conoscere alla conoscenza reale. Interpretando in senso metafisico la dottrina aristotelica dell'intelletto attivo, numerosi pensatori arabi – e anche latini – fecero di esso un principio universale in cui si smarrisce e si riassorbe la realtà individuale di ogni singolo intelletto umano, perduto nell'intelletto attivo divino, unico per tutti gli uomini. Tanto la posizione aristotelica che, pur fra molte oscillazioni, concede un'indubbia preminenza all'intelletto divino “attivo”, quanto le forzature di questo concetto nella filosofia araba indussero gli scolastici ad approfondire il problema così indissolubilmente legato a quello, fondamentale per il cristianesimo, dell'immortalità dell'anima individuale: San Tommaso d'Aquino, distinguendo nuovamente fra intelletto agente e intelletto possibile, ne fa soltanto due gradi della facoltà conoscitiva dell'anima umana. Ma essendo l'anima forma del corpo e l'intelletto agente una virtù dell'anima, è necessario che esso non sia uno in tutti, ma si moltiplichi come si moltiplicano le anime. Nella filosofia moderna Cartesio concepisce l'intelletto come sede originaria delle idee innate, mentre l'empirista Locke fa dell'intelletto una facoltà esclusivamente passiva e recettiva, che raccoglie le impressioni prodotte dalle cose sensibili, sicché la conoscenza ha origine solo dalla sensibilità. È a questo punto che si inserisce la dottrina di Kant la quale, intendendo mediare le opposte unilateralità, vede nella conoscenza un concorso di spontanea attività intellettuale e di recettività sensoriale, elementi di cui ciascuno è essenziale e necessario all'altro: solo sul materiale fornito dalla sensibilità si può sviluppare, secondo Kant, l'attività – spontanea e a priori – dell'intelletto. La ferma presenza, nel pensiero kantiano, del principio della “esperienza” è abbandonata nei sistemi seguenti, che privilegiano la dottrina della “intuizione intellettuale”: la spontaneità non è più soltanto dell'intelletto conoscente le cose, ma anche del soggetto creante le cose; si approda così a un idealismo che oltrepassa nettamente gli intenti di Kant; anzi in Hegel, l'intelletto kantiano, come “facoltà della scissione”, è rifiutato di fronte all'affermazione dell'unità della ragione.

Bibliografia

L. D'Izzalini, Il principio intellettivo della ragione umana nelle opere di S. Tommaso d'Aquino, Roma, 1943; E. Q. Franz, The Thomistic Doctrine of the Possible Intellect, Washington, 1950; K. Oehler, Die Lehre vom noetischen und dianoetischen Denken bei Plato und Aristoteles, Monaco, 1962; J. M. Pillet, La déduction intellectuelle dans l'œuvre de Aristote, Parigi, 1982.

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