àzzimo

(lett. àzimo), agg. [sec. XIII; dal greco ázymos, senza fermento]. Non fermentato: pane azzimo (anche come sm.), il pane che Yahwèh prescrisse agli Ebrei per tutta la settimana pasquale (15-21 di Nîsān), come si legge nel capitolo XII dell'Esodo. L'uso del pane azzimo doveva ricordare agli Ebrei la fretta con cui avevano celebrato la loro prima Pasqua, quando già erano in procinto di partire dall'Egitto. La preparazione del pane azzimo spettava ai leviti. Esso era usato anche come offerta nei sacrifici incruenti. Il Vangelo di Luca, al capitolo XXII, narra che Gesù mangiò, nella sua ultima Pasqua, l'agnello pasquale con pane azzimo. § Controversia degli Azzimi, disputa sorta tra il 1052 e il 1053 a opera del patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, che fece chiudere tutte le chiese dei latini, in cui si usava per l'Eucarestia il pane azzimo mentre le chiese orientali usavano quello fermentato. La contesa era solo un basso pretesto per impedire l'unione delle due Chiese, che sembrava allora ben avviata: il Cerulario riuscì nel suo intento, e purtroppo l'argomento fu riesumato dagli orientali ogniqualvolta si riparlò di unione fra Chiesa cattolica e ortodossa. La Chiesa latina da parte sua dichiarò nei Concili di Lione (1274) e di Firenze (1439) che tanto il pane azzimo quanto quello fermentato sono ugualmente validi per la consacrazione eucaristica e che le due Chiese dovevano seguire senza pregiudizio l'uso invalso presso ognuna di esse.

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