Erdogan, Recep Tayyip

uomo politico turco (Rize 1954). Dopo gli studi in economia all'Università di Marmara (İstanbul), nel 1994 (dopo aver contribuito alla fondazione del Partito del benessere, di ispirazione islamica) è stato eletto sindaco di İstanbul. Nel 1998 è stato accusato e incarcerato per incitamento all'odio religioso. Liberato nel 1999, è tornato alla vita politica fondando l'AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), partito di ispirazione religiosa ma più moderato del precedente. In seguito alla vittoria elettorale del suo partito, nel marzo 2003 (dopo l'approvazione, da parte del parlamento, di un emendamento alla Costituzione che gli permetteva di candidarsi nonostante la condanna che lo aveva allontanato dagli uffici pubblici dal 1998) è divenuto primo ministro della Repubblica turca. Durante il suo mandato si è impegnato per l'avvio dei negoziati di adesione della Turchia all'Unione Europea. Alle elezioni politiche del 2011, il Partito guidato da Erdogan otteneva il 50% dei consensi, riconfermandosi alla guida del Paese. Nel maggio 2013 nel Paese si diffondeva il malcontento per la svolta islamista assunta dall’amministrazione Erdogan, che infrangeva il tradizionale ordine laico; il movimento culminava in una protesta che chiedeva le sue dimissioni. Erdogan rispondeva alla protesta con una politica repressiva, che tuttavia non intaccava il suo consenso elettorale, confermato alle elezioni del 2014 dal 45,6 % dei voti. Nell’agosto 2014, con il 53% dei consensi, Erdogan veniva eletto presidente della Turchia. Le elezioni del giugno 2015 vedevano scendere il partito di Erdogan al 40% e segnavano una ripresa del Partito popolare repubblicano e del Partito filocurdo HDP. Nel novembre 2015 falliva il tentativo di dare vita a un governo di coalizione formato dalle varie rappresentanze parlamentari e si tenevano nuove consultazioni elettorali, alle quali il partito di Erdogan otteneva la maggioranza assoluta con il 49,6% dei consensi. Nel luglio 2016 un tentativo di colpo di Stato militare veniva sventato dal governo, che reagiva proclamando lo Stato di emergenza e sospendendo temporaneamente la Convenzione europea dei diritti umani. Nel gennaio 2017 il Parlamento turco approvava una riforma costituzionale costituita da 18 emendamenti, che aboliva la carica di premier e assegnava tutti i poteri di governo al Presidente. Sottoposta a referendum nell’aprile 2017, la riforma costituzionale veniva approvata con il 51,4% dei voti. Le elezioni presidenziali e legislative previste per il novembre 2019 venivano anticipate a giugno 2018. Queste consultazioni, che sancivano l’effettiva transizione al sistema presidenziale, confermava Erdogan alla guida della Turchia con il 52,5% dei consensi.
Erdogan è stato spesso criticato per aver imposto internamente la censura e notevoli restrizioni alla libertà di stampa, oltre che per aver sostenuto posizioni intransigenti (contro i curdi) e negazioniste (negazione del genocidio armeno), mettendo in crisi le relazioni diplomatiche con l'Unione Europea.

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