avére (verbo)

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v. tr. (ind. pr. hò oppure ant. àggio e àio, hai, ha, abbiamo o ant. avémo, avéte, hanno; prem. èbbi, avésti, èbbe, avémmo o ant. èbbimo, avéste, èbbero o ant. èbbono; fut. avrò, ecc. oppure ant. arò, averò, ecc.; cond. avrèi, ecc. oppure ant. averèi, avrìa, ecc.; congt. pr. àbbia o ant. àggia, ecc.; impt. abbi, abbiate; pp. avuto) [sec. XIII; dal latino habēre].

1) Possedere, in senso proprio e fig., riferito sia a cose materiali sia a cose immateriali o astratte: avere una casa, un podere, dei soldi, un'auto; avere motivi di dubbio; avere condizioni favorevoli; particolarmente con riferimento a qualità fisiche, morali, intellettuali di una persona: avere dei begli occhi, un buon carattere, poca costanza, molto acume, una solida cultura. L'oggetto può essere completato da un compl. predicativo: avere la radio guasta; avere il pranzo pronto; avere la suocera scontenta.

2) Con sensi estens.: A) Implicando indirettamente l'idea di possesso, può esprimere una particolare condizione o relazione: avere nome, chiamarsi; domani ho l'esame; oggi abbiamo bel tempo; avere vent'anni; avere moglie; avere l'autista. B) Ottenere, ricevere, entrare in possesso: ha avuto quel che gli spettava; “che lui ne abbia la sua parte” (Cellini); avere buone notizie; avere una lettera; avere un'eredità; riscuotere: ha avuto gli arretrati dello stipendio; ricavare da una vendita: da quel vecchio appartamento non ha avuto che pochi soldi; acquistare: ha avuto un abito per ventimila lire. C) Tenere: avere in mano, in braccio; avere i danari in tasca, i documenti nella borsa; in particolare, comprendere, contenere: il teatro ha 300 posti. Anche trattenere, tenere per sé; portare indosso, indossare: avere il cappello in testa; “aveva un abito nero, tutto composto di merletti” (D'Annunzio). D) Sentire, provare: avere caldo; avere freddo; avere fame; avere pietà; avere sonno; anche risentire, soffrire, subire: avere un brutto colpo, una disgrazia; essere affetto da: avere una malattia; o al contrario, godere, fruire di un certo stato: avere ottima salute; avere un meritato riposo.

3) Con il senso precisato da vari elementi determinanti: A) seguito da nomi e talora da agg., spesso preceduti dalle prep. a o in, acquista il significato da essi espresso: avere male, sentire dolore; avere cura, curare; avere voglia, volere; avere fortuna, essere fortunato; avere luogo, esserci, accadere, svolgersi; avere parte, partecipare; avere a cuore, interessarsi con premurosa sollecitudine; avere a grado, gradire; avere a mente, ricordare; avere caro (antiq. avere a caro), essere particolarmente attaccato; avere in animo, proporsi; avere in odio, odiare; avere in onore, onorare, stimare, ecc. B) Unito ad altre prep.: avere a o più freq. avere da+inf. verbale, per indicare dovere e significati affini: avere a fare o da fare qualche cosa; “mi ricordo di avere a venire... da Lei a pranzo” (Carducci); ho da imbucare la lettera; “questo matrimonio non s'ha da fare” (Manzoni); familare con idea di evento futuro, in tono di scherzosa aspettativa: ha da venire chi metterà le cose a posto; con valore più generico: avere da fare, essere occupato; avere da vivere, avere i mezzi di sussistenza; talvolta con valore puramente fraseologico: ebbe ad accorgersi, si accorse. Avere del (con valore partitivo), possedere o mostrare determinati caratteri: un signore che ha del gentiluomo; la faccenda ha del losco; ha molto del babbo, gli assomiglia molto. Avere per, ritenere, giudicare: avere per certo; tutti l'avevano per un uomo onesto. C) Unito a pronomi neutri di valore indeterminato o pleonastico: averla o avercela con qualcuno, nutrire motivi di rancore o di avversità nei suoi confronti; aversela a male, offendersi; averne abbastanza di qualcuno o di qualche cosa, esserne stufo; analogamente: averne fino agli occhi, fin sopra i capelli. D) Unito ad avv. locativi che indicano un particolare rapporto spaziale: avere sopra, sotto; la casa aveva una quercia accanto. E) In particolare loc. estens. e fig.: avere a che fare, a che vedere, essere in rapporto, riguardare: “ho il piacere di avere a che fare con una persona istruita” (Panzini); la tua obiezione non ha niente a che vedere con la sostanza della questione; in senso più specifico, essere completamente diverso, con idea di paragone: questo abito non ha proprio a che fare con l'altro, cioè è molto migliore o molto peggiore. Avere di mira, mirare; avere in mano, in proprio potere: “ancor, non m'hai, come ti credi, in mano” (Berni); avere in tasca, disprezzare, o anche tenere in proprio dominio (una persona), o considerare come già posseduta una cosa di imminente realizzazione: ormai ho in tasca la laurea;avere l'occhio, prestare attenzione.

4) Nell'uso familiare si trova spesso unito alla particella ci (ce davanti a pronome) che può aver valore espressivo o puramente pleonastico: ci ho piacere; non ci hai niente da perdere; ce l'ha la patente?

5) Lett. come intr. (gener. con la particella pron.), esserci: non v'ha dubbio, non c'è dubbio; “una delle più belle... come che poche ve n'abbiano” (Boccaccio); si ebbe una sommossa, ci fu una sommossa.

6) Come v. ausiliare è usato nei tempi composti di tutti i verbi tr. e di molti intransitivi.

Fenomenologia dell'avere

La più famosa descrizione fenomenologica del significato del termine avere ci è data da G. Marcel. Egli fa corrispondere la dimensione fra avere ed essere a quella più profonda fra problema e mistero. L'avere ci immette nel mondo dell'oggettività ed esteriorità e ci porta a considerare questo mondo come un complesso di dati che si tratta di ricostruire nei loro legami sintetici (problema). Il rischio di questa considerazione è lo smarrimento della dimensione dell'essere che nella sua inesauribile misteriosità caratterizza la dimensione profonda del reale.

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