cìpria

sf. [sec. XVI; da (polvere) cipria, dall'agg. ciprio, con riferimento a Venere]. Prodotto cosmetico, in polvere o compatto, usato per mascherare o ravvivare il colore della pelle del volto e del collo e nel contempo proteggere l'epidermide dagli agenti irritanti; usato come agg., color cipria, rosa tenue. § Le polveri base più usate nella preparazione delle ciprie sono i carbonati di bismuto, zinco, calcio e stronzio, il solfato di bario, i biossidi di titanio e di silicio, il litopone, il caolino colloidale, l'amido, gli stearati di calcio e di magnesio, ecc. Le sostanze coloranti sono costituite da terre naturali o colorate artificialmente con lacche o colori organici sintetici. Oltre agli eccipienti base e ai coloranti si usa aggiungere profumi, sostanze antiallergiche ed eudermiche, e, nelle ciprie compatte, sostanze leganti quali la gomma adragante, i derivati cellulosici, gli alginati, ecc. § L'uso della cipria per il trucco del viso è di probabile origine cinese. Nell'antichità le donne ricorsero a vari mezzi per dare risalto al volto (le romane, per esempio, vi applicavano della creta bianca). In Europa la cipria apparve solo nel 1400 a cominciare dall'Italia, come mezzo per colorare i capelli. L'uso fu confermato nel sec. XVI da Enrico IV di Francia e dalla corte si diffuse come moda per uomini e donne anche fuori dei confini francesi. Nel 1600 s'incipriarono le parrucche e, sparite queste, di nuovo i capelli fino alla Rivoluzione francese. Alla fine dell'Ottocento la cipria fu usata nelle sue tonalità più pallide per dare al volto femminile il pallore allora di moda. Successivamente la cipria, in tutte le tonalità dal bianco al bronzeo, veniva stesa a mezzo di un piumino in sottilissimo velo sul viso e sul collo. Esistono in commercio anche confezioni di cipria compatta, ossia resa solida e compressa in forma di disco.

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