frammentismo

sm. [sec. XX; da frammento]. Con questo termine si indica quella poetica che fu propria della letteratura italiana del primo Novecento e che venne costituendosi intorno alla rivista La Voce. Vi confluirono e la condizionarono parecchi motivi: da quelli derivati dalla letteratura simbolista e decadente francese a quelli assunti dalla scuola pittorica dell'impressionismo, a quelli provenienti dal vitalismo bergsoniano o rintracciabili nella psicologia del pragmatismo, sino ai più recenti, riconoscibili nell'estetica di B. Croce (all'interno della quale la poesia viene riconosciuta come tale solo quando scaturisce dal puro momento dell'intuizione e della liricità), nella polemica futurista contro le forme tradizionali, e nell'opposizione infine al dannunzianesimo magniloquente. I frammentisti coltivarono pertanto un tipo di letteratura che volle essere effusione immediata dell'io, illuminazione improvvisa, e che ebbe la sua forma più congeniale in una prosa breve, folgorante, aliena da mediazioni logiche e discorsive. Contrari a ogni forma precostituita di romanzo, novella, opera teatrale, i frammentisti cercarono il proprio modo di espressione nelle note di diario e di paesaggio, nei quadretti e nelle nature morte contribuendo così allo smantellamento della tradizione ottocentesca del romanzo. Esemplari di questa poetica e significativi sin dal titolo, sono i Frammenti lirici di Rebora, i Frantumi di Boine, i Trucioli di Sbarbaro, il Giornale di bordo e Kobilek di Soffici, Il mio Carso di Slataper.

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