indivìduo

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sm. e agg. [sec. XIV; dal latino individŭus, indivisibile].

1) Sm., ogni singolo essere considerato, in riferimento agli altri esseri, nella base di ciò che lo rende unico, diverso da tutti. In particolare, in biologia, ogni organismo, animale o vegetale, che non può essere diviso in parti senza perdere le sue caratteristiche di unità. Dal punto di vista sistematico, individui simili e naturalmente interfecondi costituiscono la specie. Familiare, persona sconosciuta o che non si vuol nominare altrimenti (spesso con una sfumatura spregiativa): chi era quell'individuo?; la polizia ha fermato tre individui; non è possibile andare d'accordo con quell'individuo. Lo studio di ciò che distingue i singoli individui tra di loro, più che delle leggi generali che li accomunano, viene detto idiografia e si è affermato particolarmente negli anni Trenta con lo psicologo americano G. W. Allport nel campo della teoria della personalità. § Duns Scoto e poi Leibniz definirono l'individuo ciò che è assolutamente e infinitamente determinato. Hegel vide nello Spirito autocosciente l'individuo universale, cioè il sapere tutto dispiegato nella concretezza e infinità delle sue determinazioni. H. Bergson invece considerò irraggiungibile l'individualità, in quanto costituita da un'infinità di gradi; J. Dewey lo concepì in chiave funzionale, considerandolo come fattore di variazione in un sistema di comportamento. W. Windelband e H. Rickert ne fecero l'oggetto proprio delle scienze dello spirito, il cui compito caratteristico è di descrivere gli eventi storici nella loro irripetibilità e singolarità.

2) Agg. lett., indiviso o indivisibile. Per estensione, singolo; individuale, personale: “lo sviluppo della vita di là dai limiti dell'esistenza individuo” (D'Annunzio).

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