làccio

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sm. [sec. XIV; latino laquĕus].

1) Cappio di cordicelle, crini di cavallo, fili metallici, nylon, usato specialmente dai cacciatori di frodo per la cattura di animali selvatici (per esempio lepri e fagiani nelle zone ricche di selvaggina). Fig., inganno, insidia: essere preso al laccio.

2) Cordoncino lungo e sottile adoperato per tenere unite due parti distinte: busto chiuso da laccio; i lacci delle scarpe, le stringhe. In particolare, laccio emostatico, in medicina, nastro o tubicino di gomma o altro materiale elastico, destinato a bloccare od ostacolare la circolazione sanguigna in un arto, attorno al quale sia stato strettamente legato. Mediante l'uso del laccio è possibile arrestare un'emorragia in atto o facilitare la stasi sanguigna per effettuare un'iniezione endovenosa, il prelievo di sangue o il salasso. La prova del laccio è un tipo di ricerca diagnostica tendente ad accertare la fragilità capillare propria di talune malattie; si realizza applicando il laccio sopra il gomito: in caso positivo, dopo una decina di minuti compaiono piccole macchie emorragiche. Fig., legame: i lacci d'amore.

3) Cappio per l'impiccagione, capestro; fig., avere il laccio al collo, essere costretto a fare qualche cosa che non si vorrebbe. In araldica, laccio d'amore, cordone intrecciato a nodi allentati (nodi d'amore o di Savoia), disposto circolarmente attorno all'arme delle dame. Deriva la sua origine dai nastri che durante i tornei le dame donavano ai cavalieri.

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