Lessico

sf. [sec. XIII; latino statíonis, propr., dimora].

1) Ciascuno dei quattro intervalli di tempo (primavera, estate, autunno, inverno), caratterizzati da diverse condizioni atmosferiche, compresi tra un equinozio e un solstizio, e viceversa: l'alternarsi delle stagioni; la nuova stagione, la primavera; mezze stagioni, quelle in cui non fa né troppo caldo né troppo freddo, cioè la primavera e l'autunno; abito da mezza stagione, né pesante né leggero, adatto a un clima temperato. Per estensione, ogni periodo di tempo in cui perdurino condizioni climatiche uniformi: stagione fredda, umida; la bella, la buona stagione, il periodo comprendente la fine della primavera e l'estate; la brutta, la cattiva stagione, il periodo comprendente la fine dell'autunno e l'inverno. In particolare, periodo dell'anno caratterizzato dal verificarsi di determinati fatti naturali: la stagione delle piogge, dei venti; la stagione degli amori di certi animali.

2) Periodo dell'anno caratterizzato da particolari lavori agricoli o raccolti: la stagione della mietitura; la stagione dell'uva; la stagione dei fiori, la primavera; frutto di stagione, che matura nel tempo in cui ci si trova; fig., fatto, avvenimento normale per il momento in cui si verifica: l'instabilità nei giovani è un frutto di stagione; frutto fuori stagione, maturato prima o dopo il suo periodo normale, fig., fatto o avvenimento che si verifica in un tempo insolito o inopportuno.

3) Per estensione, periodo dell'anno in cui si svolgono determinate attività, manifestazioni e simili: la stagione della caccia; la stagione teatrale, calcistica; la stagione dei bagni; è finita la stagione delle scampagnate. Nell'uso commerciale: fine stagione, il momento in cui si mettono in vendita gli ultimi prodotti, specialmente abiti, adatti a undato periodo stagionale: saldi di fine stagione. Nei centri di villeggiatura, il periodo in cui normalmente si ha l'afflusso di villeggianti: un albergo che lavora sia nella stagione estiva sia in quella invernale; affittare una casa per tutta la stagione; alta, bassa stagione, rispettivamente il periodo in cui alberghi e pensioni dei luoghi di villeggiatura sono più affollati e quindi praticano prezzi più alti e quello in cui sono meno affollati e con prezzi più bassi; stagione morta, periodo in cui per particolari industrie, commerci, esercizi e simili, l'attività diminuisce o è ridotta al minimo.

4) Lett., tempo, periodo di tempo; epoca, età: “mi sovvien l'eterno, / e le morte stagioni” (Leopardi).

Astronomia

La primavera va dall'equinozio di primavera, 21 marzo, al solstizio d'estate, 21 giugno; l'estate, dal solstizio d'estate all'equinozio d'autunno, 23 settembre; l'autunno, dall'equinozio d'autunno al solstizio d'inverno, 21 dicembre; l'inverno, dal solstizio d'inverno all'equinozio di primavera. Le date indicate possono tuttavia variare anche di un giorno, a causa della non esatta coincidenza fra anno tropico, di 365,2422 giorni, e anno del calendario, di 365 o 366 giorni esatti. Le stagioni hanno quindi le seguenti durate: primavera 92g20h,2, estate 93g14h,4, autunno 89g18h,7, inverno 89g00h,5. La differenza nella lunghezza delle stagioni è prodotta sia dalla variazione nella velocità della Terra nel suo moto di rivoluzione intorno al Sole, in accordo con la seconda legge di G. Keplero (al perielio la Terra si muove più velocemente che all'afelio), sia dal fatto che la linea degli apsidi (il semiasse maggiore dell'orbita terrestre) che congiunge perielio e afelio, non coincide con la linea che congiunge i punti solstiziali: la Terra passa infatti per il solstizio d'inverno il 22 dicembre circa, mentre attraversa il perielio il 2 gennaio circa; analogamente attraversa l'afelio il 2 luglio, 11 giorni circa dopo il solstizio di estate. Al termine stagione vengono associate correntemente condizioni climatiche e meteorologiche al di là della stretta accezione astronomica. Le differenze medie di clima fra le varie stagioni sono provocate dall'inclinazione della Terra sul piano dell'eclittica (l'angolo di inclinazione, o obliquità dell'eclittica, è di ca. 23º 27´); a causa di ciò, durante la primavera e l'estate, l'emisfero boreale della Terra è rivolto verso il Sole e quindi la quantità media di energia ricevuta dall'unità di superficie terrestre nell'unità di tempo è superiore a quella ricevuta durante l'autunno e l'inverno, in cui la Terra volge verso il Sole l'emisfero australe. Assumendo l'altezza meridiana del Sole come indice della sua inclinazione e quindi, a parità di altre condizioni, dell'energia ricevuta, si ha che questa vale 90º-φ (φ essendo la latitudine del luogo d'osservazione) durante gli equinozi, 90º-φ+23º 27´ durante il solstizio d'estate e 90º-φ-23º 27´ durante il solstizio d'inverno: alle nostre latitudini (ca. 45º N), il Sole passa in meridiano il 21 giugno con un'altezza sull'orizzonte di 68º 5´, il 21 dicembre, di 21º 5´; d'estate, l'irraggiamento è quindi ca. 2,5 volte superiore che in inverno. L'effetto provocato dalla differenza di irraggiamento è poi esaltato dalla differenza nella lunghezza del giorno, in primavera e d'estate più lungo che in autunno e d'inverno. Il numero di ore durante le quali il Sole è sopra l'orizzonte è dato da 2 H, dove H è l'angolo (fra 0h e 12h, ovvero fra 0º e 180º) ricavato dalla relazione cos H=-tg φ tg δ (φ è la latitudine, δ è la declinazione del Sole, nulla durante gli equinozi, positiva in primavera e d'estate, con un valore massimo di ca. +23º 27´ il giorno del solstizio d'estate; δ è negativa in autunno e in inverno epari a -23º 5´ il giorno del solstizio d'inverno). Per i luoghi dell'emisfero boreale (φ>0º), H è compreso fra 6h e 12h e quindi il Sole sta sopra l'orizzonte per più di 12h in primavera e d'estate, mentre si trova sopra l'orizzonte per meno di 12h in autunno e in inverno: il massimo numero di ore di insolazione si ha il giorno del solstizio d'estate, il minimo il giorno del solstizio d'inverno. In ogni luogo la cui latitudine sia compresa fra 0º e 23º 27´ N, il Sole passa allo zenit due volte l'anno fra il 21 marzo e il 23 settembre; se la latitudine è esattamente uguale a 23º 27´, il Sole passa allo zenit solo il 21 giugno. Il parallelo di latitudine 23º 27´ N è chiamato tropico del Cancro e il corrispondente parallelo sud è il tropico del Capricorno, mentre la zona fra i due tropici è chiamata zona torrida. Alla latitudine di 60º 33´ (Circolo Polare), quando il Sole ha declinazione 23º 27´, il Sole rimane sopra l'orizzonte per 24h (il 21 giugno sul Circolo Polare Artico e il 22 dicembre sul Circolo Polare Antartico); al Polo Nord, il Sole è sopra l'orizzonte per tutto il periodo compreso fra il 21 marzo e il 23 settembre e sotto l'orizzonte per tutto il resto dell'anno. Per l'emisfero australe, valgono le definizioni date precedentemente, con la differenza che gli effetti climatici sono sfasati di 6 mesi rispetto all'emisfero boreale, in quanto l'altezza meridiana del Sole e la durata del giorno sono massime nell'emisfero australe quando sono minime nell'emisfero boreale: in tal modo, il periodo estivo è quello di minima temperatura nell'emisfero australe. Va notato, infine, come la differente distanza del Sole dalla Terra durante le varie stagioni abbia scarsa o nessuna influenza climatica: in estate, infatti, la distanza Sole-Terra è massima "Per approfondire vedi Gedea Astronomia vol. 1 p 46; vol. 2 pp 44-45; vol. 3 pp 141-145" "Per approfondire vedi Gedea Astronomia vol. 1 p 46; vol. 2 pp 44-45; vol. 3 pp 141-145" .

Archeologia e arte

Nelle figurazioni greche di età arcaica e classica le stagioni (Horai) sono rappresentate da due o più spesso tre figure femminili senza particolari attributi e solo dall'età ellenistica, soprattutto nei rilievi neoattici, esse diventano quattro e sono raffigurate con attributi diversi. In età imperiale romana le raffigurazioni delle stagioni sono molto frequenti, con valore decorativo e simbolico, su rilievi, sarcofagi, pitture e soprattutto mosaici; particolarmente belle quelle dei mosaici africani. Talvolta alle figure femminili si sostituiscono quelle di putti. § La rappresentazione delle stagioni, con l'evidente significato simbolico del ripetersi ciclico della morte e della resurrezione, fu accolta con favore nell'iconografia cristiana fin dai primi secoli (catacombe di Priscilla, di Callisto, di Pretestato, di Domitilla). Spesso accompagnate dalla raffigurazione dei mesi, le stagioni sono individuate mediante un'azione tipica del periodo dell'anno che rappresentano (la mietitura, la vendemmia ecc.). Questa tradizione iconografica è presente anche nella miniatura bizantina, nella scultura romanica e gotica (rilievi delle porte bronzee del duomo di Augusta, metà sec. XI; rilievi di Notre-Dame a Parigi e della cattedrale di Reims, sec. XIII) e ancora negli affreschi di A. Lorenzetti (Siena, Palazzo Pubblico). La diffusione del tema delle stagioni, talvolta legato a complesse figurazioni astrologiche, permane anche nel Rinascimento, nella pittura ferrarese (Primavera di Cosmè Tura, Londra, National Gallery), negli affreschi del Veronese a Villa Maser, nelle statue del ponte di S. Trinita a Firenze, nelle statue di A. Vittoria nel palazzo Pisani a Montagnana ecc.

Folclore

I ritmi stagionali hanno, come è ovvio, un'estrema importanza nelle civiltà di tipo contadino e pastorale: semine, coltivazioni, transumanza, stabulazione e riproduzione di bovini e ovini sono infatti strettamente legate a quei ritmi. È tuttavia altrettanto ovvio che nelle civiltà contadine europee l'avvicendarsi delle stagioni sia soltanto in parte scandito da eventi astronomici o comunque calendariali: ciò che interessa a una popolazione agricola sono le reali condizioni climatiche, che possono prolungare o ridurre la durata delle “stagioni”. Esistono tuttavia date corrispondenti a divisioni stagionali più o meno precise, non necessariamente coincidenti con quelle astronomiche, anche nel calendario popolare. A questo proposito è interessante ricordare che, prima dell'attuale suddivisione dell'anno risalente a epoca romana, le civiltà mediterranee conoscevano solo tre stagioni – inverno, primavera, estate – e quelle nordiche soltanto due – inverno ed estate – e notare come in un certo senso la civiltà popolare sia tornata al sistema a tre stagioni (la parola latina autumnus non ha continuazioni nei dialetti italiani e la stagione autunnale appare suddivisa tra estate e inverno). Molte feste nel ciclo folclorico tradizionale possono essere messe in precisa relazione con la scansione dei ritmi stagionali; per citare solo i punti salienti dell'anno la festa di San Giovanni, coincidendo grosso modo col solstizio d'estate, appare connessa con una serie di credenze e di pratiche che mostrano come essa sia considerata la data della piena maturità delle colture; San Martino (11 novembre) chiude la stagione dei lavori (il periodo corrispondente all'estate-autunno) e apre quella invernale; varie cerimonie che si compiono alla fine di gennaio celebrano l'espulsione e la distruzione dell'inverno, sotto forma di falò o di cortei di persone che gridano e fanno rumore con campanacci e simili; il calendimaggio celebra con canti e altre azioni rituali il ritorno della vegetazione e dei fiori.

Simbologia

Lo stretto legame fra la propria vita e la natura fu subito avvertito dall'uomo fin dal suo apparire sulla terra; in particolare egli notava il mutare della natura con il passaggio da una stagione all'altra e ne identificò le cause in esseri divini, dei o dee, che nascevano e morivano come una stagione passava e un'altra sorgeva. Il trasferimento di poteri delle diverse stagioni, immanenti nella natura, a poteri extra-terrestri era frutto di un processo umano che addebitava a esseri soprannaturali quanto non riusciva a capire e a dominare nell'ambito della natura in cui viveva. In realtà questi pretesi “esseri” soprannaturali erano solo il simbolo di poteri del tutto naturali. Un simbolo noto delle stagioni e del loro mutare fu nell'antica Babilonia il dio Tammuz (che divenne poi Adone presso i Greci), il giovane sposo di Ishtar, che muore con il finire della primavera, ma viene richiamato in vita dalla sposa, che scende agli inferi per riportarlo vivo sulla terra.

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