T'ai-p'ing

(cinese T'ai-p'ing Tien Kuo, Celeste Impero della Grande Pace). Movimento religioso sorto in Cina verso la metà del sec. XIX e sfociato in una ribellione armata alla dinastia imperiale Manciù. Il T'ai-p'ing fu fondato da Hung Hsiuch'üan, il quale, educato in una missione protestante, voleva cristianizzare la religione popolare cinese in vista di un'equiparazione culturale con le potenze occidentali. L'equiparazione rispondeva sia a esigenze nazionalistiche (liberazione dalla sudditanza alla cultura europea, rivelatasi “superiore”), sia a esigenze “moderniste” (emancipazione dal regime feudale dei Manciù). Il fondatore si presentava come profeta rivelatore della nuova religione, la quale consisteva in un sincretismo che identificava il Dio cristiano con Tien, il dio-Cielo cinese, e traeva il suo fondamento dottrinario tanto dalla Bibbia quanto dai testi confuciani. Il movimento, da religioso, nel 1849 divenne insurrezionale: i rivoltosi conquistarono una parte della Cina centrale e meridionale, e si costituirono in un regno con capitale Nanjing (1853). Il regno aveva a capo il fondatore con il titolo di “re celeste”; questi era coadiuvato da altri 5 re: un re-assistente e 4 re portanti i nomi dei punti cardinali. Con la conquista di Nanjing Hung Hsiu-ch'üan diede allora l'avvio alle promesse riforme: espropriazione del latifondo, abolizione del sistema di conduzione indiretta dei fondi, emancipazione della donna, provvedimenti in favore dell'artigianato, diffusione dell'ideologia cristiana in sostituzione del confucianesimo, rimandando però l'assegnazione delle terre ai contadini al momento della vittoria definitiva. L'impero T'ai-p'ing si estese è vero a un territorio abitato da un centinaio di milioni di persone, ma molti dei combattenti apparvero ben presto delusi dall'idea di dover attendere la vittoria finale per entrare in possesso delle terre da coltivare. Inoltre Hung Hsiu-ch'üan, non potendo procedere a un rinnovamento del sistema economico e produttivo, proibendo il commercio dell'oppio e cancellando i privilegi degli stranieri in Cina, tolse ai Paesi occidentali quelle garanzie di apertura dei commerci che questi si attendevano, tanto che dopo un primo atteggiamento favorevole ai rivoltosi, l'Occidente preferì appoggiare il governo ufficiale e fornire mercenari a Tseng Kuofan che aveva raccolto un esercito di piccoli e medi proprietari della Cina centrale passando con successo al contrattacco. La crisi del regime T'ai-p'ing iniziata con i contrasti tra i capi una volta avvicinatisi al potere, con la defezione dei delusi e l'avvilimento di Hung Hsiu-ch'üan, incapace di riprendere le fila del comando, fu causa di una serie di sconfitte, tanto che i ribelli, giunti ormai alle porte di Pechino, iniziarono una ritirata senza fine. Hung Hsiu-ch'üan si uccise nel 1864 e poco dopo anche la sua capitale (Nanchino) cadde. Gli ultimi gruppi di rivoltosi furono domati due anni dopo nel Tibet. La fine della rivolta T'ai-p'ing significò l'apertura all'invasione straniera. Il movimento T'ai-p'ing ricalcò, nel nome e negli intenti rivoluzionari, la rivolta dei Turbanti Gialli: un fatto clamoroso della storia cinese, avvenuto nel sec. II a opera di una setta taoista.

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