classe (scienze umane)

Indice

gruppo di individui identificabile in base a determinate caratteristiche comuni, relativamente alle funzioni esercitate o ad alcune condizioni economiche e sociali.

Etnologia

Classe di età, gruppo sociale di coetanei di sesso maschile o femminile, i cui membri passano collegialmente attraverso stadi successivi, ognuno dei quali prescrive funzioni ben precise. In tal modo ogni individuo, passando da un “grado di età” all'altro, esercita tutte le attività esistenti nella propria cultura, siano esse economiche, militari, politiche o rituali, arrivando con l'ultimo stadio a posizioni di grande prestigio politico o religioso. Le classi di età più importanti sono quelle maschili, mentre le femminili sono di gran lunga meno rilevanti e diffuse. L'appartenenza alle classi di età non è determinata solo dall'età degli individui ma anche da altri fattori, come la condizione sociale. Si tratta di un sistema sociale perfettamente democratico, comune soprattutto in Africa orientale e in America Settentrionale, ma presente anche in Oceania e nell'Asia peninsulare e insulare. Particolarmente complesso è il sistema gada dei Konso dell'Etiopia, ma altri casi esemplari si trovano sempre in Africa orientale presso gruppi cusciti (Galla, Darasa), niloto-camitici (Masai, Nandi) e bantu (Kamba, Kikuyu). § Classe matrimoniale, istituto sociale diffuso fra le popolazioni che seguono l'esogamia, avente lo scopo di regolare i matrimoni in modo che si svolgano fra individui di classi differenti (vedi fratria). La nozione di classe matrimoniale fu elaborata dagli antropologi evoluzionisti basandosi sullo studio del matrimonio degli aborigeni australiani. Come in passato le classi matrimoniali regolano i matrimoni in modo tale che in tribù bipartite in sezioni o fratrie, chi appartiene a una classe matrimoniale di una fratria, cioè un gruppo di discendenza composto da un certo numero di clan, può sposarsi con un membro di una sola classe matrimoniale dell'altra fratria.

Sociologia

Nell'antica Grecia la tradizione attribuisce a Solone la suddivisione della cittadinanza in classi; ne vennero stabilite quattro in base alle rendite annuali: per essere compresi nella prima classe era necessario avere una rendita di 500 medimni (1 medimno=52 litri), nella seconda di 300 medimni, nella terza di 200 medimni; alla quarta appartenevano i nullatenenti. L'accesso alla magistratura, al servizio militare, ecc. era regolato dall'appartenenza in classi. Presso i Romani, il termine classis indicava in origine l'esercito e tale significato militare perdurò solo nel senso di flotta. Col tempo il termine venne a significare divisione sociale o professionale e, agli inizi, nel raggruppamento denominato classis erano compresi i cittadini forniti di un certo patrimonio: tutti gli altri, che ne erano esclusi, formavano gli infra classem. Una vera suddivisione in classi del popolo romano fu operata, secondo la tradizione, da Servio Tullio, nel sec. VI a. C. I cittadini romani, membri dei comizi centuriati, furono suddivisi in cinque classi e l'appartenenza all'una o all'altra di esse determinata in base ai beni posseduti: per essere compresi nella prima occorreva avere un patrimonio di 125.000 assi, nella seconda 75.000 assi, nella terza 50.000, nella quarta 25.000, nella quinta 11.000. § Il concetto di classe, rimasto sostanzialmente immutato durante il Medioevo e il periodo rinascimentale, nelle scienze sociali contemporanee si associa immediatamente al modello di stratificazione proposto da Karl Marx e individuato da questo autore e dal filone di pensiero che vi si richiama come il vero soggetto del conflitto e, quindi, del mutamento. In verità, la nozione di classe ha ascendenze più antiche e presenta versioni scientifiche anche molto differenziate. In senso lato, infatti, è definibile come classe qualunque raggruppamento umano composto da individui che posseggano elementi comuni (il reddito, il prestigio, lo stile di vita, un sistema di credenze o di valori), anche se questi non sono strettamente riducibili alla sfera economica. È però Marx che per primo e più compiutamente – sviluppando alcune intuizioni già presenti in A. Ferguson – collega la classe all'azione storica e alla volontà politica, facendone la protagonista dei processi di trasformazione dell'incipiente società industriale. La classe, per Marx, non è perciò soltanto uno dei tanti possibili raggruppamenti sociali in cui è scomponibile la collettività. Essa, pur avendo carattere “strutturale” – essendo cioè definita dal possesso dei mezzi di produzione economica (donde l'antagonismo fra classe possidente, la borghesia, e classe subalterna, il proletariato) – incarna però anche un'intenzione politica rivoluzionaria. La classe in sé – prodotto oggettivo delle trasformazioni del sistema produttivo (per esempio la classe operaia nel sistema industriale) – tende così a costituirsi come classe per sé, come autonomo soggetto politico collettivo, fornito di un pensiero e di un'organizzazione. In questa prospettiva, la visione di classe della società e del conflitto produce un sistema ideologico e una struttura di azione permanente (il partito rivoluzionario). L'obiettivo finale è il superamento della divisione di classe – giudicata strumento di discriminazione fra gli uomini e condizione necessaria a consentire lo sfruttamento della forza lavoro salariata da parte dei capitalisti – nel quadro di un sistema comunista, inevitabilmente preceduto da una fase di dittatura del proletariato. Questa visione del processo sociale e questo criterio di stratificazione – basato in ultima analisi sulla categoria di possesso materiale delle risorse eonomiche – è stato ed è oggetto di critiche e contestazioni di vario genere. Depurare il profilo scientifico dalle ragioni ideologiche della polemica nei confronti del modello di Marx è impresa obiettivamente complessa. Si può però rintracciare un primo tipo di riserve, che riguarda il carattere eccessivamente schematico della contrapposizione fra due sole polarità sociali (classe operaia/capitalisti, proletariato/borghesia). Alcuni studiosi di area anglosassone, ma anche non pochi marxisti “revisionisti” degli inizi del secolo, hanno infatti sottolineato la difficoltà di adattare lo schema bipolare marxiano alla crescente complessità sociale, in cui si manifesta un'imponente espansione dei ceti medi (o intermedi) – privi di accesso ai mezzi di produzione e di scambio, ma non per questo facilmente assimilabili alla condizione operaia classica – e si sviluppa una varietà di condizioni spurie (residui di formazioni sociali superate, nuove marginalità, figure eterogenee come i tecnici e gli intellettuali, sottoproletariato etnico, ecc.). Un secondo genere di obiezione alla nozione di classe in Marx è nell'analisi che della stratificazione sociale contemporanea avanza Weber con il suo Economia e società. Il sociologo tedesco rielabora criticamente la nozione di classe, identificandola con un raggruppamento umano che condivide un'identica situazione sociale. Situazione che non è contraddistinta dal semplice possesso delle risorse economiche, bensì anche dai modelli di comportamento (stili di vita) e dal senso di appartenenza a un determinato status. Ne deriva una tripartizione delle classi sociali, in base alla quale alla classe possidente, propriamente intesa si affiancano una classe acquisitiva e una classe sociale, più affine all'intuizione di Marx. Successivamente autori come Dahrendorf, hanno invece indicato un criterio radicalmente alternativo per l'individuazione delle classi sociali e la definizione delle loro gerarchie. Alla base non vi sono più il possesso o la privazione delle risorse economico-produttive, bensì la capacità della classe di esercitare autorità e/o influenza, collocandosi lungo un asse di potere/subordinazione caratterizzato da meccanismi di mobilità – per effetto dell'istruzione di massa, dell'intervento pubblico nell'economia, delle politiche per l'occupazione, delle normative sindacali, ecc. – inesistenti ai tempi di Marx. Non sono neppure mancate correzioni dall'interno del paradigma marxiano. Il polacco S. Ossowski – sviluppando negli anni Sessanta un complesso schema di articolazione delle classi sociali contemporanee – segnalava, per esempio, la novità rappresentata da strutture politico-sociali tendenzialmente monoclasse. Rientrerebbero in questa categoria, paradossalmente, società considerate allora radicalmente antagonistiche come gli USA e l'URSS, l'una contraddistinta dalla presenza di un'abnorme classe media, l'altra compressa nell'unica classe consentita dal sistema politico. Gli studiosi di scuola funzionalistica, come T. Parsons, hanno attinto all'idea weberiana di status – legata al prestigio e alla visibilità del ruolo sociale rivestito – per contrapporla a quella marxiana di classe. Di qui un'inedita attenzione alla percezione soggettiva dell'appartenenza di classe, sino a costruire scale di autocollocazione sociale in cui essenziale è la rappresentazione dominante della società cui ci si riferisce, e non l'oggettiva disponibilità di beni e risorse. In anni recenti, il modello struttural-funzionalistico di classe sociale è stato ulteriormente sviluppato nello schema formalizzante di N. Luhmann. In Italia, studiosi come F. Ferrarotti e A. Pizzorno hanno cercato di adeguare i modelli canonici ai caratteri di una società duale e in rapida trasformazione, accogliendo criticamente tanto il riferimento alla categoria di possesso quanto quello alla nozione di potere e prestigio.

M. Weber, Economia e società, Milano, 1961; E. Dahrendorf, Classi e conflitto di classe nella società industriale, Bari, 1963; S. F. Romano, Le classi sociali in Italia, Torino, 1965; G. Lukács, Storia e coscienza di classe, Milano, 1967; T. B. Bottomore, Le classi nella società moderna, Milano, 1970; S. Ossowski, Struttura e coscienza di classe, Torino, 1970; Amaturo, Palumbo, Classi sociali: stili di vita, coscienza e conflitto di classe, Genova, 1990.

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