cyberspazio

sm. [sec. XX; da cyber-+spazio]. Termine utilizzato per indicare un universo parallelo, nuovo, generato e alimentato dalle reti di comunicazione e dagli elaboratori; è apparso per la prima volta nella letteratura di fantascienza, introdotto da William Gibson in Neuromancer (1984). Con altri derivati, come cybernauta o cyberbibliotecario, è stato poi applicato al mondo in continua espansione della comunicazione telematica. Esistono già vari cyberspazi locali e sovrannazionali, dagli impieghi numerosi quanto seri. § La tecnologia dell'informazione, già da alcuni decenni coltivata in recinti specialistici (la produzione industriale e gli usi militari), a partire dagli anni Ottanta fuoriesce progressivamente dall'alveo per divenire strumento della vita quotidiana, stile di vita, linguaggio comunicativo. I suoi impieghi pratici, potentissimi e straordinariamente versatili, non tardano a imporsi nel mondo del lavoro, rivoluzionandone il profilo assai più di quanto non avessero fatto le precedenti esperienze di applicazione cibernetica. Nasce l'office automation, che modifica in profondità le tradizionali attività impiegatizie. La sociologia si interroga sui processi di deprofessionalizzazione (deskilling) del lavoro burocratico e segnala l'emergere di un tipo inedito di “proletariato informatico”. Il massiccio ricorso alle tecnologie informatizzate, generando il cyberlavoro, favorisce anche dinamiche di mutamento demografico e sociologico nella forza lavoro. Cresce, ad esempio, l'impiego femminile nei settori a elevata informatizzazione, anche se molto più lenta è la promozione professionale delle donne. La facilità di accesso alle nuove tecnologie tende infatti a produrre attività ripetitive, scarsamente creative e poco remunerate, che vengono in gran parte riservate proprio ai segmenti meno qualificati, meno tutelati e di più recente inserimento lavorativo, in cui prevale appunto la componente femminile. L'informatica apre la strada ad altre manifestazioni del cyberlavoro: il lavoro domestico ai terminali (telelavoro), che accelera il decentramento produttivo; una possibilità di controllo tendenzialmente totale del management sul sistema d'impresa, che può sconfinare nella violazione dei diritti di dipendenti e utenti, ma anche in nuove forme di conflitto dentro le organizzazioni, dove l'accesso al cyberspazio in cui si produce il controllo sulle attività diviene oggetto di inedite tensioni fra manager, quadri professionali e persino dirigenze sindacali. L'informatica e la telematica spazzano via vecchie e consacrate routine organizzative, genererando profili professionali precedentemente impensabili e producendo impreviste e imprevedibili trasformazioni nello stesso stile di vita quotidiano dei cittadini di Tecnopoli, come N. Postman definisce il mondo dell'informazione globalizzata. Un mondo attraversato da una rivoluzione paragonabile ad altre svolte epocali dell'umanità: la scoperta del fuoco, la sedentarizzazione e la nascita dell'agricoltura, la rivoluzione industriale. L'avvento di una tecnologia nuova e così dirompente, ci avverte Postman, all'apparenza non aggiunge e non toglie nulla alla nostra radicata rappresentazione biopsichica della vita e del mondo. Nella realtà, cambia tutto. È con l'avvento delle “nuove tecnologie”, cioè con l'ascesa della tecnologia dell'informazione, che si affermano e trovano fortuna pubblicistica nozioni come quella di postmodernità - in tutte le sue varianti e in tutte le sue sfumature di significato (postmodernismo, postmoderno) - e di società postindustriale. Formule dai contorni non precisamente definiti, ma che segnalano se non altro, da parte delle scienze sociali come pure dell'arte e della comunicazione espressiva in genere, la necessità di andare oltre un paesaggio della modernità costruito sull'ormai obsoleto paradigma dell'industrializzazione e dei suoi corollari sociali (l'urbanizzazione, la massificazione, ecc.). L'universo culturale cyber ha alimentato così un'altra metafora, quella della società del frammento, priva di grandi riferimenti ideologici, incerta sui propri destini, ma bisognosa di entrare nel XXI secolo liberandosi dell'eredità culturale, della stessa rappresentazione del mondo che il XIX secolo aveva consegnato al Novecento, vera età della transizione in questo genere di lettura del mutamento sociale su scala planetaria. Appare difficile e persino poco interessante domandarsi se la trasformazione indotta dalla nuova tecnologia sia socialmente plasmata o risponda a logiche di sviluppo tecnico in gran parte autonome e comunque poco governabili da quel reticolo cibernetico in cui il funzionalismo riteneva di poter rinchiudere l'intero sistema delle relazioni collettive. Il cyberspazio, peraltro, così come si è venuto concretamente configurando con la rivoluzione informatica e telematica degli anni Ottanta e Novanta del XX secolo, non opera in un vuoto sociale, ma pone problemi di regolazione del tutto impensabili per le vecchie istituzioni sociali. La Gran Bretagna per prima, per esempio, ha dovuto con il Data Protection Act del 1984 stabilire norme di accesso e di diffusione delle informazioni raccolte da banche dati teoricamente in grado di acquisire, elaborare e divulgare qualsiasi genere di informazioni. I sistemi a ricognizione vocale e le strategie di impiego delle cosiddette “intelligenze artificiali”, gli uni e le altre resi possibili dall'avvento dei computer di quinta generazione, non rappresentano solo un progresso tecnologico, ma segnalano una metamorfosi qualitativa che nessun principio normativo e nessuna prassi gestionale consolidata è allo stato in grado di sottoporre a quel lineare meccanismo di controllo da parte del sistema sociale che vagheggiava Parsons solo trenta-quaranta anni prima. Al di là degli aspetti strettamente tecnologici e di quelli riguardanti le capacità di controllo e governo del sistema sociale sulle nuove tecnologie, il cyber è anche uno straordinario fenomeno di mutamento culturale. Derrick de Kerckhove ha cercato di applicare alla televisione digitale e all'offerta informatica e telematica - cioè ai prodotti fruiti a scala domestica della nuova tecnologia dell'informazione - la chiave di lettura adottata dal suo maestro M. McLuhan nell'indagare gli effetti sull'individuo-consumatore del medium televisivo. De Kerckhove, giocando con l'analogia della parola mainframe - i grandi apparati di elaborazione dati - parla di “quadri mentali” (brainframe) sconvolti dall'esposizione ai nuovi media. La loro velocità, la loro estensione cognitiva, la stessa sequenzialità di immagini, informazioni, input emozionali - che l'universo anarchico del cyberspazio stenta a disciplinare in codici e procedure impone una rinuncia inconsapevole quanto gravida di rischi. A venir meno, soprattutto per quanto riguarda il consumo televisivo, sarebbe la nostra capacità di decodificare il messaggio, di trasferirlo in una sfera interiore dove possa sedimentarsi, interagire con il nostro vissuto, con la nostra cultura di riferimento. Di qui una sottile angoscia intellettuale che può degenerare in paralisi cognitiva. Tutto viene acquisito e nulla appreso, tutto consumato e nulla goduto. A pensare non è più la testa, ma il corpo, e l'autonomia critica che l'umanità aveva conquistato elaborando a passi lenti e graduali nel corso della storia gli strumenti cognitivi fondamentali - la lettura e la scrittura - potrebbe essere messa a rischio di rapida e traumatica estinzione. Non solo: nel cyberspazio in cui la comunicazione si diffonde a velocità incontrollabile, avendo nella produzione in tempo reale dell'informazione la propria principale fonte di attrattiva, qualsiasi credenza, qualsiasi diceria, può identificarsi con il mondo "reale".

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