méssa²

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sf. [sec. XIV; da messo1].

1) Azione del mettere; si usa solo in alcune loc.: messa in circolazione di banconote false;messa a punto di un meccanismo, di un impianto e simili, il complesso delle operazioni che si fanno durante il suo collaudo perché sia perfettamente idoneo a una data funzione; fig.: messa a punto di un problema e simili, precisazione dei suoi termini; messa in opera di un apparecchio, la sua installazione nel luogo dove deve funzionare; messa in moto, l'avviamento di una macchina motrice e il congegno che serve a tale scopo; messa a fuoco; messa in orbita, l'invio in orbita di un veicolo spaziale; messa in valore, valorizzazione; messa in scena, vedi messinscena; messa a dimora, trasferimento delle piantine ottenute in vivai, semenzai e altri luoghi di allevamento nei terreni di coltura o di impiego, dove esse raggiungono il completo sviluppo; messa al vento, operazione avente per scopo l'eliminazione dalle pelli conciate, tinte e ingrassate dell'acqua assorbita, effettuata in cosiddette macchine per mettere al vento; messa di voce, effetto vocale consistente nell'aumentare gradatamente l'intensità di una nota sino a un climax, diminuendola poi progressivamente sino al pianissimo, usato dall'inizio del Seicento e lungo tutto il sec. XVIII come un usuale abbellimento vocale, e raramente anche strumentale, e in seguito utilizzato eccezionalmente, in concomitanza di particolari effetti espressivi; messa in piega, operazione con cui si dà ai capelli, dopo il lavaggio, la piega desiderata.

2) Non comune, quantità di denaro che si punta in un gioco, posta. Per estensione, quota sociale.

3) Non comune, germoglio di una pianta, pollone.

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Messa a fuoco, operazione di aggiustamento della distanza tra obiettivo e piano della pellicola, avente lo scopo di far coincidere quest'ultimo con il piano focale dell'obiettivo stesso. Infatti la distanza k tra l'obiettivo e il piano focale dipende dalla distanza d tra l'obiettivo e il soggetto secondo la relazione 1/f=1/t+1/d, dove f è la lunghezza focale dell'obiettivo. Da questa formula si ricava che la distanza tra obiettivo e piano focale (tiraggio) è minima e pari a f quando il soggetto si trova a distanza infinita dall'obiettivo. Il tiraggio aumenta man mano che si avvicina il soggetto all'apparecchio fotografico, fino a diventare infinito quando la distanza di ripresa d diviene uguale alla lunghezza focale. Secondo la formula citata sarebbe possibile mettere a fuoco solo soggetti che giacciono su un piano parallelo a quello della pellicola. In realtà, poiché l'occhio percepisce come un punto un circoletto avente dimensioni di qualche decimo di millimetro (cerchio di confusione) appare nitida anche un'immagine non perfettamente a fuoco. Esiste quindi un intervallo di distanze dall'obiettivo, detto profondità di campo, entro il quale tutti gli oggetti risultano nitidi. È possibile aumentare questo intervallo con un basculaggio del piano della pellicola. Il controllo della messa a fuoco si effettua osservando la nitidezza dell'immagine che si forma sul vetro smerigliato oppure tramite un mirino reflex. Un secondo metodo di controllo è costituito dall'uso di un telemetro a collimazione di immagine o di uno stigmometro. I recenti progressi dell'elettronica hanno consentito di rendere automatica la messa a fuoco, anche su macchine relativamente economiche. I sistemi usati sono tre: a) la misura del tempo impiegato da un treno di ultrasuoni a compiere il percorso di andata e ritorno tra la macchina che lo genera e il soggetto che lo riflette; b) la misura dell'attenuazione di un fascio di raggi infrarossi, emesso dalla macchina e riflesso dal soggetto; c) la valutazione elettronica della nitidezza di una zona centrale dell'immagine.

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