speleobiologìa

sf. [sec. XX; speleo-+biologia]. Studio degli esseri viventi, piante (speleobotanica) e animali (speleozoologia), adattati agli ambienti ipogei. L'habitat delle caverne è caratterizzato da zone successive ciascuna con ben definiti e costanti livelli di temperatura e umidità e da valori di luminosità che giungono rapidamente a zero. Il fattore limitante la presenza di vegetali è la mancanza di luce per cui la vita di alcune specie di fanerogame è possibile solo negli ingressi delle caverne; qui le piante, già a valori pari a 1/80 della luce esterna, restano tuttavia sterili; la zona d'ingresso delle caverne ospita o può ospitare ogni sorta di animali, con prevalenza di insetti e di specie adattate alla vita ipogea. Mano a mano che diminuisce la luminosità scompare la flora: resistono le Felci (sino a 1/700 della luminosità), poi i Muschi (limite medio 1/1000), infine le Alghe Verdi e Azzurre (sino a 1/2000); i Funghi, non necessitando di luce, s'incontrano anche nell'oscurità assoluta; strettamente limitati a quest'ambiente sono i Labulbeniali, funghi microscopici parassiti d'insetti cavernicoli. In assenza di luce possono vivere, al contrario, molti invertebrati, alcuni pesci e anfibi e, limitatamente alle ore diurne, alcuni uccelli predatori che utilizzano le caverne per costruirvi nidi (ambiente cavernicolo). La speleobiologia, oltre a studiare le specie ipogee, ne indaga i rapporti con l'ambiente, gli adattamenti, la fisiologia, le capacità di colonizzazione, nonché l'influsso che la vita presente può avere sull'evoluzione dell'ambiente stesso anche a fini utilitaristici per l'uomo. Rientrano nella speleobiologia anche le ricerche di specie e resti fossili (speleopaleontologia), utili per la ricostruzione delle trasformazioni dell'ambiente avvenute nel tempo.

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