Chi era Giulio Regeni, il ricercatore torturato e ucciso in Egitto

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Rapito al Cairo, torturato e poi ucciso. Ripercorriamo la storia di Giulio Regeni a 5 anni dal rapimento.

Il 25 gennaio 2016 il ricercatore italiano Giulio Regeni, uscito di casa per festeggiare il compleanno di un amico, fu rapito al Cairo, in Egitto. Torturato e poi ucciso, il suo cadavere fu rinvenuto il 3 febbraio seguente lungo l’autostrada per Alessandria. Ecco chi era Regeni e le cose da sapere sul suo misterioso omicidio, attorno al quale ci sono stati numerosi depistaggi, e che l’Italia attribuisce ai servizi segreti egiziani.

Chi era

Nato a Trieste il 15 gennaio 1988 e cresciuto a Fiumicello (provincia di Udine), Giulio Regeni aveva studiato a lungo all’estero e al momento del rapimento stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell'Università di Cambridge.

Perché era in Egitto

Premiato per i suoi studi sul Medio Oriente e dopo aver già lavorato al Cairo per L’Unido (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale), era tornato in Egitto per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti del Paese africano presso l’Università Americana del Cairo. In alcuni articoli, scritti con uno pseudonimo per l'agenzia di stampa Nena News, aveva descritto la difficile situazione sindacale dopo la rivoluzione egiziana del 2011.

Il rapimento

Giulio Regeni fu rapito proprio nel quinto anniversario delle proteste di piazza Tahir, la sera del 25 gennaio 2016: dopo aver inviato alle 19:41 un sms alla fidanzata in Ucraina, avvertendola che stava uscendo di casa, scomparve nel nulla. Preoccupata dal fatto che non si fosse presentato in piazza Tahir, dove si era dato appuntamento per festeggiare il compleanno di un amico, l’egiziana Noura Wahby (compagna di studi di Regeni a Cambridge) lanciò l’allarme quella stessa sera sui social, ad appena cinque ore dalla scomparsa.

Il ritrovamento

Giulio Regeni fu ritrovato senza vita nove giorni dopo, il 3 febbraio, in un fosso lungo la strada del deserto Cairo-Alessandria, nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani. Il suo corpo presentava evidenti segni di tortura: bruciature di sigarette, incisioni con oggetti affilati, contusioni e abrasioni, lividi estesi, coltellate e numerose fratture ossee.

Tra depistaggi e ostracismo

Le indagini riguardanti il rapimento e la morte di Regeni hanno subito numerosi depistaggi da parte della National Security (i servizi segreti egiziani) e, più in generale, l’ostracismo delle autorità, che inizialmente avevano garantito piena collaborazione: il generale Khaled Shalabi dichiarò che il ricercatore italiano era stato vittima di un incidente stradale, la polizia egiziana sostenne che l'omicidio poteva essere avvenuto per motivi personali o legati allo spaccio, il governo di al-Sisi puntò il dito contro i Fratelli Musulmani. A marzo del 2016, poi, la polizia egiziana uccise in una sparatoria quattro uomini, indicati come probabili responsabili del sequestro perché in possesso di una borsa contenente vari oggetti appartenuti a Regeni.

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LaPresse

Le indagini della Procura

Nonostante ciò, la Procura di Roma è riuscita a ricostruire la fitta rete di controllo che si era creata attorno a Regeni, spiato da persone a lui vicine: il coinquilino Mohamed El Sayad, il sindacalista Mohamed Abdallah e persino Noura Wahby, che riferiva ogni conversazione a un informatore della National Security. Ma, soprattutto, ha dicembre 2020 ha terminato le indagini incriminando quattro agenti dei servizi segreti egiziani: Tariq Sabir, Athar Kamel, Uhsam Helmi e Magdi Sharif, accusati di aver rapito, torturato e ucciso Regeni. L’eventualità di un processo, immotivato e senza prove per i magistrati del Cairo, non ha fatto che inasprire ulteriormente i rapporti diplomatici tra Egitto e Italia, già piuttosto tesi.

Matteo Innocenti