La storia di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia

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Iniziò a collaborare con la giustizia per motivi di coscienza: nessuno lo aveva mai fatto e per questo fu creduto pazzo. E alla fine pagò con la vita, dopo sette anni trascorsi in un manicomio criminale.

Il pentitismo si è rivelato negli anni lo strumento più efficace per scoprire i segreti delle mafie e, dunque, combatterle. Mentre il nome del suo massimo esponente, Tommaso Buscetta, è noto a tutti, l’iniziatore di questo fenomeno è invece stato dimenticato da molti: ecco la storia di Leonardo Vitale, primo pentito di mafia e collaboratore di giustizia italiano per motivi di coscienza.

L’affiliazione

Nato a Palermo il 27 giugno 1941, Leonardo Vitale appartiene ad una famiglia mafiosa e viene perciò allevato ed educato nel rispetto dei valori di Cosa Nostra. A 13 anni perde il padre e viene preso in consegna dallo zio Giovanbattista detto "Titta", uomo d’onore della cosca di Altarello di Baida. Viene affiliato alla “famiglia” nel 1958: in questa occasione affronta una serie di riti (che saranno poi da lui descritti nel dettaglio), tra cui l’uccisione di un mafioso rivale di nome Mannino.

La carriera mafiosa

Una volta affiliato, Vitale inizia la sua carriera da mafioso, compiendo una lunga serie di crimini nel corso degli Anni 60: omicidi, intimidazioni, danneggiamenti ai danni di imprese edili a scopo di estorsione e sequestri, commissionati non solo dallo zio, ma anche dall’associato di alto rango Pippo Calò. In breve, Vitale viene promosso alla carica di capodecina.

Il primo arresto e l’Asinara

Ritenuto implicato nel sequestro del costruttore Luciano Cassina, nel 1972 Vitale viene arrestato e tenuto una settimana in isolamento all’Asinara. Si tratta di una breve permanenza in carcere, che lo segna però profondamente. Durante la detenzione manifesta i primi segnali di squilibrio mentale: arriva infatti a praticare la coprofagia, inducendo i medici a sottoporlo all’elettroshock.

Il pentimento

Il 29 marzo 1973 si presenta alla questura di Palermo, autoaccusandosi di due omicidi e altri reati. Durante la sua confessione, fa i nomi di Salvatore Riina, Giuseppe Calò, Vito Ciancimino e di altri mafiosi, collegandoli a precise circostanze. Rivela inoltre l’esistenza della Commissione, organo sconosciuto alla magistratura, descrivendo poi l’organizzazione di una famiglia mafiosa e i riti di iniziazione di Cosa Nostra.

La condanna e gli anni in manicomio

Arrestato e portato nel carcere dell’Ucciardone, Vitale viene sottoposto a numerose perizie psichiatriche: è dichiarato seminfermo mentale e dunque inattendibile. Degli oltre 40 membri della cosca di Altarella fermati a seguito delle sue dichiarazioni, gli unici a finire in carcere nel 1977 sono lui e lo zio Titta. Condannato a 25 anni ed etichettato come pazzo, Vitale trascorre sette anni nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dove è sottoposto a cure basate su psicofarmaci ed elettroshock.

La morte

Dimesso dal manicomio dopo sette anni, Leonardo Vitale viene assassinato con due colpi di lupara alla testa il 2 dicembre 1984, all’uscita dalla messa domenicale nella Chiesa dei Cappuccini di Palermo, mentre è in compagnia della madre e della sorella. 

Nella sentenza di rinvio a giudizio per il Maxiprocesso tenutosi a Palermo nel 1986, gli rese omaggio Giovanni Falcone: «A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l'importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell'omertà. È augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita». La sua storia è raccontata nel film del 2007 “L'uomo di vetro”, con protagonisti David Coco e Tony Sperandeo.

 

Matteo Innocenti