Italia-Germania 4-3: Riccardo Cucchi e la partita del secolo, 50 anni dopo

italia-germania-4-3-(1).jpg

Intervista a Riccardo Cucchi, autore del libro ‘La partita del secolo. Storia, mito e protagonisti di Italia-Germania 4-3’.

La partita del secolo compie mezzo secolo. Sono passati 50 anni dal 17 giugno 1970, data in cui allo stadio Azteca di Città del Messico il calcio si fece epica, consegnando alla leggenda una semifinale mondiale e i suoi 26 protagonisti. 11 per parte, più 2 subentrati: tra quest’ultimi Gianni Rivera, Pallone d’Oro in carica eppure ‘staffettista’, che segnò la rete della vittoria.

Italia-Germania Ovest 4-3, da ripetere come un mantra: 90 minuti ‘normali’ e supplementari da urlo. «Rivedendola ho sempre più la convinzione che sia stata una commedia straordinaria, recitata dai protagonisti in campo su un canovaccio fantastico dettato dal fato»: parole di Riccardo Cucchi, voce storica di ‘Tutto il calcio minuto per minuto’, che sul ‘Partido del siglo’ ha scritto il libro La partita del secolo. Storia, mito e protagonisti di Italia-Germania 4-3, edito da Piemme, in cui ripercorre uno dei momenti più alti nella storia dello sport italiano, «una trama in cui ogni interprete svolge un ruolo preciso, senza il quale tutto il resto non sarebbe avvenuto. Come Schnellinger, che non andava mai nell’area di rigore avversaria». E che invece segnò il gol che portò la sfida ai tempi supplementari. 

Italia-Germania 4-3.  Come l’hai seguita 50 anni fa? 

In quella notte magica del 17 giugno la vidi insieme al mio papà, che fumava una sigaretta dopo l’altra: una grandissima emozione, vissuta quando avevo 17 anni e sognavo di fare il mestiere di Nando Martellini ed Enrico Ameri. Dopo averla vista centinaia di volte alla ricerca di qualche dettaglio e situazione che mi fosse sfuggita quella notte, ho provato a fare una telecronaca scritta di un match che, per ragioni anagrafiche, non ho potuto raccontare.

Quindi l’hai vista in televisione e non ascoltata alla radio?

Il Mondiale del 1970 è stato il primo ‘televisivo’: quattro anni prima i mondiali inglesi erano stati centellinati. Ma io non riuscivo a fare a meno della radio. Per cui, per quanto ci fosse la tv in bianco e nero accesa, con la telecronaca di Martellini, accanto a me c’era anche la radio con la voce di Ameri.

Una radiocronaca che immagino avrai riascoltato molte volte…

Assolutamente! Avendo scelto la radio in quanto mia vocazione, Ameri è stato un maestro: ascoltandolo prima e lavorandoci insieme gli ho potuto ‘rubare’ tanti segreti di questo straordinario mestiere.

Torniamo alla partita. Quel giorno si affrontarono grandissimi campioni. Ma se ti chiedessi di indicare solo un protagonista per parte, chi sceglieresti?

Il libro è una radiocronaca scritta, che di tanto in tanto si interrompe di fronte al gesto tecnico di uno dei protagonisti del match,di cui aprendo una sorta di finestra approfondisco carriera e storia personale. Adoro Beckenbauer per la straordinaria maestosità del gesto tecnico e atletico, come tutti gli italiani sono innamorato di Riva e ancora oggi sono stupefatto dalla umiltà di un giocatore come Boninsegna. In quella partita due storie mi hanno colpito. Una riguarda Müller, attaccante tedesco capocannoniere del torneo, che sta vivendo un epilogo drammatico della sua esistenza, l’altra Rivera, autore del gol del 4-3 e simbolo del riscatto. Poco prima era stato rimproverato dai compagni per aver causato il pareggio della Germania e, una volta capito l’errore, come ha raccontato si promise di segnare il gol della vittoria. Si incaponì a tal punto da percorrere tutto il campo per andare a calciare al termine di un’azione corale. Il calcio è un paradigma della vita: con volontà, temperamento, coraggio e fantasia ci si può rialzare dopo essere caduti. 

Prima della partita c’era una favorita?

Nel girone gli azzurri avevano collezionato una vittoria e due pareggi, segnando appena un gol. Come spesso avviene quando l’Italia è in campo e soprattutto quando poi vince, la squadra era stata attaccata dalla stampa. Brera ma non solo, criticava ad esempio Valcareggi per l’incapacità di tenere in campo due gioielli come Rivera e Mazzola, a differenza del Brasile che li schierava tutti. La Germania era solida e con giocatori di talento, come Beckenbauer, Müller e Overath. Dimostrò sul campo di essere più forte, questa è la verità. Nei tempi regolamentari solo la malasorte impedì ai tedeschi di segnare prima il gol del pareggio e magari quello della vittoria. Straordinaria fu però la reazione emotiva degli azzurri nei supplementari.

I tedeschi ci soffrono da sempre. O, almeno, da quel giorno. Che sfida è Italia-Germania?

Non è mai un’amichevole, anche quando lo è, perché si sfidano due modi diversi di concepire il calcio e la vita. Ho dedicato un capitolo alle tante sfide tra Italia e Germania: il bilancio complessivo di questo classico è a nostro favore, soprattutto nelle occasioni che contano.  

La nazionale tedesca nei decenni ha sempre manifestato temperamento, forza muscolare, capacità di rinnovarsi, mentre noi abbiamo attraversato momenti di grave crisi tecnica. Eppure abbiamo vinto spesso, dimostrandoci superiori grazie alla fantasia che siamo stati capaci di mettere in campo. Come a Dortmund nel 2006, di cui ho fatto la radiocronaca.

Italia-Germania Ovest è la partita del secolo anche all’estero, in particolare in Germania?

La sera del 16 giugno Rai Radio 1 ha organizzato una trasmissione per il 50esimo anniversario della partita. Ebbene, a spingere affinché si facesse è stata proprio l’ambasciata tedesca di Roma. Proprio la Germania, uscita male da quella semifinale, la vuole ricordare. Brera sosteneva che la partita perfetta dovesse finire 0-0, con le difese capaci di annullare gli attacchi: Italia-Germania del 1970 non fu perfetta, anche perché nel calcio la perfezione non esiste, ma è stata capace di sprigionare tutta la forza che consente alla narrativa di diventare epica

A proposito di epica, prima hai accennato alla semifinale dei Mondiali del 2006. Che ricordi hai?

Ho sempre avuto l’abitudine di andare presto allo stadio. Quattro, cinque ore prima. Ho dunque visto riempirsi gradualmente le tribune del Westfalenstadion: una muraglia di maglie bianche in uno stadio meraviglioso, dove la Germania non aveva mai perso. Dell’attesa ricordo lo sguardo compassionevole da parte dei colleghi stranieri, come se noi italiani fossimo vittime designate, cosa che in realtà pensavo un po’ anche io. La forza dell’Italia, di cui non eravamo convinti nemmeno noi, si rivelò proprio quella sera: reagimmo in modo strepitoso, tatticamente e fisicamente, imponendo il gioco e sfiorando più volte il vantaggio, bloccando ogni idea degli avversari, che andarono al tiro poche volte trovando un Buffon grandioso. Nei supplementari uscirono poi la nostra freschezza e la voglia di vincere la partita. Un capolavoro tattico del ct Marcello Lippi.

Il calcio di oggi è più difficile da raccontare rispetto al passato?

Ho lavorato 40 anni in Rai seguendone l’evoluzione, dal catenaccio al calcio totale olandese, fino a Sacchi e al Barcellona di Guardiola. Il racconto di una partita è legato fortemente a come si gioca. La radiocronaca di un contropiede è semplice e naturale: l’azione è veloce, entusiasmante e si racconta praticamente da sola. Immagina invece di dover raccontare cinque minuti di tocchi velocissimi di quel Barcellona, una trama fittissima di passaggi in porzioni di campo ristrette, con rapide e rarissime incursioni in area di rigore. È difficile da raccontare alla radio senza spegnere l’entusiasmo e l’attenzione di chi ascolta, identificando tra l’altro ogni giocatore che tocca il pallone in pochi attimi.

Più facile fare una telecronaca?

In televisione il racconto si trasforma in didascalia. Non c’è bisogno di dire che un giocatore scatta sulla fascia: vedi già che lo sta facendo. Alla radio invece devi dire tutto, con la capacità di spiegare all’ascoltatore dov’è il pallone. Il racconto in radio è molto più complicato, soprattutto se in campo ci sono squadre che puntano sul possesso palla. 

I radiocronisti e telecronisti di un tempo erano più posati. Oggi il calcio è troppo urlato?

Oggi l’urlo è la regola, prima non sarebbe stato possibile. Nel libro c’è un capitolo in cui intervisto Simonetta Martellini, figlia di Nando, una collega con cui ho avuto il piacere di lavorare molti anni. Mi sono fatto raccontare quello che ricordava del papà: mi ha detto che si rimproverava di aver ecceduto, trascinato dall’entusiasmo per il gol di Rivera. Se oggi andassimo a fare un confronto con lo stile misurato, garbato ed elegante di Martellini con quello che oggi sentiamo, ci accorgeremmo della differenza. In un certo senso lui e Ameri hanno ha preceduto il racconto del calcio di oggi, pur mantenendo un certo rigore che all’epoca era previsto. 

Il racconto del calcio è cambiato. Ma le emozioni sono rimaste le stesse?

Sì, sono sempre le stesse. È cambiato tanto ma non è cambiato niente, soprattutto in radio: ai tempi di Carosio c’erano due occhi che vedevano la partita e un microfono… ed è così anche oggi. È cambiato più il modo di seguire le partite in tv: in Italia-Germania Ovest 4-3 non c’è mai un primo piano del giocatore che ha appena segnato. Puoi solo intuire l’entusiasmo e smorfia che si dipinge sul loro volto, mentre oggi i calciatori ti entrano in casa, con i loro tatuaggi e le creste colorate, insieme ai modi studiati di festeggiare il gol. 

Dopo lo stop causato dalla pandemia di Covid-19, il calcio è ripartito. Ma senza tifosi. Che cosa cambia?

Per chi gioca cambia molto: non è retorica quella del 12esimo uomo in campo, i calciatori sentono il pubblico, eccome se lo sentono. Gli spettatori avranno un piccolo privilegio, ovvero poter percepire le voci del campo, siano esse imprecazioni o suggerimenti tattici. I cronisti dovranno fare a meno del boato del pubblico al gol, che è parte integrante del racconto sia alla radio che in televisione. Mi è capitato di dover raccontare partite disputate a porte chiuse, nel silenzio: se mi trovassi oggi al microfono, tenterei di far diventare protagonista il gioco.