Vittorio Alfieri

L'ideologia

Alla base della scelta letteraria della tragedia c'è il rifiuto di tutto ciò che limiti l'individuo, prima di tutto la società assolutistica dell'antico regime. La reazione diviene scelta di libertà dell'eroe dal "forte sentire" che giunge allo scontro con il potere. Il trattato Della tirannide riguarda soprattutto l'assolutismo, sostenuto dalla nobiltà e dalla religione. Alla tirannide del presente Alfieri contrappone la vita civile dell'antica Roma repubblicana. L'unica via d'uscita è la ribellione, che non culmina in un'azione costruttiva, ma nel "morire da forti", in quanto solo la morte è vero atto di libertà. La sua posizione ideologica e politica non deve essere interpretata, tuttavia, in senso giacobino e rivoluzionario, ma come un'affermazione di volontà dell'uomo, dell'individuo Alfieri, con il suo sentirsi antico e classico. Il classicismo alfieriano non fu mai gusto neoclassico: indifferente a una visione estetico-formale, fu la ricerca spasmodica di un modello di rigore morale tanto assoluto, quanto "impossibile", se non allucinatorio. Nel trattato Del principe e delle lettere (1789) Alfieri analizza l'impossibilità dell'integrazione fra potere e letterato, sottolineando la funzione corruttrice del potere nei confronti della letteratura, che dovrebbe porsi come faro di libertà. Si rivela un nuovo modello di scrittore: non più il letterato cortigiano, ma l'uomo che sente l'"infiammata voglia e necessità, o di esser primo fra gli ottimi, o di non essere nulla".