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conoscènza

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Lessico

(ant. cognoscènza), sf. [sec. XIII; da conoscere].

1) Atto ed effetto del conoscere; in particolare, l'atto con cui il soggetto si rapporta all'oggetto e lo penetra acquisendone in modo più o meno compiuto la natura.

2) Nozione, acquisizione logica o sperimentale; la cosa stessa conosciuta: la mia conoscenza dell'inglese è limitata; avere conoscenza di una cosa, saperla. In diritto, conoscenza fraudolenta, reato commesso da chiunque, con mezzi fraudolenti, prende cognizione di una notizia a lui non diretta. Il reato è aggravato se la notizia viene rivelata con danno dell'interessato.

3) Facoltà, capacità di conoscere: perdere la conoscenza, perdere i sensi, la coscienza.

4) Persona che si conosce e con la quale si hanno o si sono avuti rapporti di consuetudine: è una mia vecchia conoscenza; avere molte conoscenze.

Filosofia

Il termine è talvolta usato per indicare l'atto del soggetto come esplicazione di una sua virtualità tipica nei confronti dell'oggetto, o ancora l'oggetto stesso in quanto conosciuto, cioè il contenuto conoscitivo (in quest'ultimo senso il termine è soprattutto usato al plurale). Fondamentale è la distinzione, che, per quanto già presente nell'uso semantico in quasi tutte le lingue, si ritrova esplicitata sul piano filosofico, fra un tipo di conoscenza immediata, per cui conoscere vuol dire “entrare in contatto” con una cosa, averne “visione o esperienza vivente”, e un tipo di conoscenza immediata indiretta, per cui conoscere vuol dire avere nozioni o informazioni “intorno a una cosa”, “sapere” qualcosa di essa, pur senza averne esperienza diretta: per esempio, un cieco può avere certe “informazioni” o nozioni che riguardano la luce, pur senza averla mai esperimentata direttamente. Tale distinzione non può però ridursi a quella fra conoscenza sensibile e conoscenza razionale, in quanto ciò presupporrebbe che l'unica conoscenza immediata fosse quella sensibile: in effetti l'intuizione dei principi logici o l'esperienza mistica (per quanto discutibile possa essere) si pongono come conoscenza immediata, senza potersi qualificare come conoscenza sensibile. La valutazione di questi due tipi di conoscenza e dei loro rapporti, come in generale la relazione fra il soggetto e l'oggetto, costituiscono il tema di una particolare disciplina filosofica: la gnoseologia o teoria della conoscenza.

Sociologia

Riguardo alla conoscenza, la sociologia si impone di indagare il rapporto intercorrente nel tempo fra vita intellettuale e dinamica delle forze politiche, culturali, religiose operanti nei contesti sociali osservati. L'esistenza di un nesso fra società e forme di conoscenza (filosofie, ideologie, modelli culturali) era, del resto, già presente a G. B. Vico della Scienza nuova (1725). K. Marx sviluppa l'idea considerando la conoscenza come il prodotto della struttura produttiva e del sistema sociale dominante. Di qui la sua radicale critica dell'ideologia come falsa coscienza. È però soltanto con K. Mannheim che la sociologia della conoscenza acquista una propria autonomia tematica e metodologica. Centrale diviene l'analisi del ceto intellettuale, chiamato a “rappresentare” e mediare gli interessi sociali in conflitto nella società. Di qui una critica dell'ideologia altrettanto radicale di quella marxiana, ma totalmente disancorata dalla sua connotazione sociale. Anche P. A. Sorokin ha cercato di collegare il mutamento sociale all'evoluzione delle mentalità fuori di un rigido paradigma classista. Il filone di analis successivo si concentra, però, sulla produzione di conoscenza legata alla vita quotidiana nel contesto di società a elevato sviluppo tecnologico (P. L. Berger, T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale). La nostra possibilità di conoscenza critica si riconnette in questi autori all'osservazione privilegiata del linguaggio e dei comportamenti.

Bibliografia

R. Folino Gallo, Teoria della conoscenza, Cosenza, 1984; A. Liano, Filosofia della conoscenza, Firenze, 1987; M. A. La Torre, Metafisica e gnoseologia, Napoli, 1989; A. Andrisano, Ricerche di critica della conoscenza, Firenze, 1990.

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