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Definizione

Tutto ciò che il soggetto percepisce come diverso da sé, quindi tutto ciò che è pensato. Può indicare sia una realtà propria indipendente dall'idea che ne ha il soggetto pensante sia una rappresentazione della mente del soggetto non necessariamente esistente. Tale nozione di oggetto si sviluppò gradualmente assumendo nel corso del tempo configurazioni concettuali diverse.

Dai presocratici ad Aristotele

L'apparizione della parola oggetto nella tradizione lessicale filosofica è piuttosto tarda. Nella storia del pensiero filosofico tale termine e la sua contrapposizione con il soggetto compaiono assai tardivamente. I presocratici si occupavano maggiormente delle questioni relative alla verità e alla realtà piuttosto che a quelle dell'oggetto vero e proprio. Anche per quanto concerne lo stesso Platone, pur considerando la sua ripresa della domanda socratica sul “che cosa” in opposizione al soggettivismo sofistico, rimane difficile pensare a un mondo delle idee immaginato dal filosofo come “oggettivo” e contrapposto al “soggettivo” mondo sensibile, in quanto la contrapposizione è di natura ontologica, cioè riguarda il grado di consistenza essenziale, senza curarsi del problema dell'oggettivazione rispetto a un eventuale soggetto conoscente. Il problema dell'oggetto prende le mosse dall'indagine relativa al problema della conoscenza sensibile. Il De anima di Aristotele affronta nei suoi primi sviluppi detta questione. Mediante i sensi è possibile avvertire l'oggetto soltanto alla presenza del medesimo; l'intelletto, al contrario, è in grado di rappresentarsi i suoi oggetti anche essendo privo della loro presenza effettiva. Dato che l'intelletto li possiede in sé, potenzialmente e attualmente, viene alla luce il problema della costituzione dell'oggetti come tale e conseguentemente della sua rappresentazione intellettuale.

Da San Tommaso ai filosofi moderni

In San Tommaso la nozione, come già per Duns Scoto che la introdusse, si presenta collegata al problema della conoscenza e dell'assunzione della species o rappresentazione come termine intermedio fra la facoltà conoscitiva e l'oggetto. Secondo San Tommaso infatti, l'oggetto nella sua realtà ontologica non può essere compreso dalla conoscenza umana; d'altra parte, però, l'oggetto stesso, per essere conosciuto, deve essere compreso e posseduto dal conoscente. La rappresentazione ha, dunque, questa funzione, essa è la realtà in quanto conosciuta; affermare che un soggetto conosce un oggetto determinato è come affermare che ne ha la species. Inoltre tipica della Scolastica è la distinzione tra oggetto materiale, ovvero particolare cui è rivolta una data attività, e oggetto formale, cioè l'elemento formale e specificativo che determina l'orientamento della facoltà conoscitiva. Il dibattito intorno all'oggetto nella filosofia moderna verte sul problema dell'indipendenza dell'oggetto rispetto al soggetto conoscente. L'oggetto viene concepito come ciò che è in grado di provocare la nostra rappresentazione. Così Campanella parla di obiecta externa, Hobbes di corpi esterni come causa delle sensazioni degli uomini. Con Descartes sorgono nuovi problemi in quanto è difficile conciliare gli oggetti esterni, causa delle sensazioni e dunque materiali (appartenenti alla sostanza estesa, res estensa), con l'attività della sostanza pensante. Si ripropone così il dualismo cartesiano fra pensiero e materia. I post-cartesiani prenderanno le mosse proprio da questo problema e, dal momento che Dio sembra essere l'unico garante della realtà di un oggetto da noi indipendente, Malebranche arriverà a sostenere che noi conosciamo tutti gli oggetti in Dio. Berkeley concluderà, invece, l'assoluta inutilità di ammettere un oggetto materiale indipendentemente dalla nostra capacità di percepirlo. Per Leibniz, secondo la sua teoria dell'armonia prestabilita, garante della corrispondenza tra oggetti esterni e le rappresentazioni del soggetto è ancora Dio. Hume e la tradizione empiristica inglese nel suo complesso affermano che le nostre percezioni sono i soli nostri oggetti e quindi oggetti e percezioni sono per noi la stessa cosa. Gli oggetti sono dunque costanti possibilità percettive, anche se non si può instaurare una relazione di causa-effetto fra l'oggetto e la percezione; si ha infatti tale relazione solo fra differenti percezioni e non fra oggetto e percezione. In nessun caso dunque si può assimilare la nostra intermittente e interrotta percezione con l'esistenza continua degli oggetti, al di là delle discontinue loro apparizioni dovute alle nostre percezioni.

Da Kant a Schopenhauer

Il proposito kantiano di fondare l'oggettività può essere considerato un tentativo di risposta alla critica humiana. Kant osserva che l'oggetto concreto dell'intuizione è un insieme di percezioni ma, allo stesso tempo, il modo secondo il quale queste stesse sensazioni vengono ordinate in maniera da formare un oggetto è universale, ricevuto per intuizione e dettato dall'intelletto. Se la sensibilità ci fornisce i dati empirici, i collegamenti fra questi stessi dati sono prodotti intellettuali, oggettivi e universalmente validi. Il singolo, inoltre, può riferire le sue impressioni all'unità della sua coscienza e, collegandole con la struttura formale delle categorie dell'intelletto ordinatore, formare così l'oggetto. Questa dunque risulta essere la condizione unica che rende possibile l'esperienza e anche la percezione dei dati empirici che si presentano nell'esperienza stessa. Per quanto concerne la filosofia idealista, l'oggetto è concepito da Fichte come il non-io, che l'io pone in sé per costituire un fine alla propria attività, insistendo sul fatto che la coscienza dell'esistenza di un oggetto deve essere intesa come una propria produzione di una rappresentazione dell'oggetto stesso. Per Schelling, invece, l'origine dell'oggetto deve trovarsi oltre la coscienza perché proprio con l'oggetto essa viene in luce. Hegel, rifiutando tutte le correnti interpretazioni romantiche, determina l'oggetto da un punto di vista puramente logico. L'oggetto diviene “l'assoluta contraddizione dell'indipendenza completa del molteplice e della dipendenza pure completa dell'indipendenza medesima” (Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio). Schopenhauer, al contrario, opererà una riduzione dell'oggetto alla sola rappresentazione che ne hanno i singoli soggetti; sosterrà infatti che all'eventuale sparizione di tutti i soggetti corrisponderebbe la fine dell'esistenza del mondo come rappresentazione, proprio in quanto non c'è oggetto senza soggetto.

Da Husserl a Carnap

Nel Novecento Husserl fonda la sua analisi dell'oggetto sulla intenzionalità. L'indagine fenomenologica guarda agli oggetti come a intenzionali costituenti dell'attività della coscienza, pur nel tentativo di prescindere dagli aspetti soggettivi così da evitare ogni psicologismo. L'oggetto è infatti considerato in relazione alla generale attività cosciente e particolare importanza assume in questo contesto l'oggetto della pura intuizione, giudicato come un “eidos”, un'essenzaura, cioè, che prescrive il metodo mediante il quale gli oggetti che rientrano nella sua competenza possono essere analizzati in modo completo. Successivamente, uno dei tentativi più organici e fecondi della filosofia matematica contemporanea intorno a questo problema è stato portato avanti da un nutrito gruppo di studiosi fra i quali Frege, Cantor e Jodl. Frege, per esempio, reputa oggetto tutto ciò che non è una funzione, intendendo per funzione ciò che è insaturo e che comunque necessita di completamento. I concetti sono considerati una classe di funzioni, essi infatti si devono collegare a espressioni predicative che ne completano il significato. Un carattere comune alle teorie di diversi filosofi contemporanei (Carnap, Russell, Mill), infine, deve essere individuato, oltre che nel fondamento empirista del processo conoscitivo secondo cui l'analisi filosofica è riconducibile in ultimo alla sola sensazione, anche nella conseguente negazione dell'esistenza di fattori innati e a priori della conoscenza, e nella concezione degli oggetti come complessi di percezioni attuali o possibili.