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municìpio

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Lessico

sm. [sec. XIII; dal latino municipíum, da munía, cariche, doveri+tema di capĕre, assumere]. Lo stesso che comune (ente pubblico), riferito in particolare all'amministrazione e alla sua sede. Il termine è usato anche per indicare forme di decentramento a livello locale che gli statuti dei comuni con popolazione superiore a 300.000 abitanti possono istituire per una migliore amministrazione del territorio.

Storia: il municipium romano

In età romana, indicava originariamente una particolare condizione giuridica in rapporto al diritto di cittadinanza romana. Tale condizione prima riguardò singoli individui che, immigrando in Roma senza ancora avere i diritti politici dei cittadini ma fruendo di quelli civili, vennero assoggettati ai munera propri del cittadino (servizio nell'esercito e pagamento del tributo) e come tali li si indicò col termine di municipes, quelli cioè che prendono su di sé i munera, detti anche cives sine suffragio, cioè cittadini senza diritti politici, tra i quali in notevole numero erano gli immigrati dall'etrusca Cere. Municipium significò poi la relativa condizione giuridica in senso astratto, che, col tempo, fu concessa collettivamente anche ad abitanti di altre città vicine e il termine municipium passò allora a significare prima la collettività dei municipes e infine designò una comunità di cittadini romani pleno iure, organizzata o con le antiche strutture amministrative locali o con strutture fissate da Roma, e questo fu il caso dei municipi venutisi a costituire in luoghi dove i Romani avevano operato vaste distribuzioni di terreno a cittadini romani. I più antichi municipi furono quelli latini, per esempio Tusculum, Aricia, Lanuvium, incorporati nello Stato romano nel 338 a. C. alla fine della guerra latina, e ottennero quasi subito anche i diritti politici, mantenendo la magistratura locale del dittatore annuale. La stessa condizione ottennero successivamente molte città al di là dei confini del Lazio, abitate da Etruschi, Campani, Volsci, Equi, Ernici, Sabini (Cere, Capua, Cuma, Fondi, Formia, Arpino, Anagni, Alatri, ecc.) che però ottennero i diritti politici solo in tempi successivi, e comunque prima della guerra sociale del 90 a. C., conservando le rispettive magistrature locali. Con la guerra sociale, gli alleati italici, unitamente ai latini delle colonie disseminate da Roma nella penisola e nella Gallia Cisalpina, ottennero la cittadinanza romana pleno iure e così quello romano divenne, nel più ampio senso, uno Stato municipale. Cesare nel 49 a. C. estese la cittadinanza romana anche alle altre comunità della Gallia Cisalpina cui alla fine della guerra sociale era stato concesso il diritto latino e con la lex Julia municipalis uniformò le costituzioni dei nuovi municipi secondo uno schema che prevedeva una curia e decurioni, comizi elettivi dei magistrati. Nella prima età imperiale si fece largo uso nella concessione del diritto latino, specialmente a comunità delle province più romanizzate dell'Occidente, Gallia, Spagna, Africa, regioni alpine, con successiva immissione alla cittadinanza romana piena. Il sistema municipale cominciò il suo declino dal sec. III dopo che la Constitutio Antoniniana del 212 estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Impero.