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neoistituzionalismo

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Definizione

sm. [sec. XX; neo- + istituzionalismo]. La corrente di pensiero denominata neoistituzionalismo si è affermata a partire dagli anni Ottanta del sec. XX e, con particolare fortuna, nel decennio successivo, come risposta alla crisi teorica e metodologica della scienza politica tradizionale e della sociologia dell'organizzazione. Essa si contrappone tanto al cosiddetto atomismo individualistico quanto al modello teorico della scelta razionale.

L'atomismo e la scelta razionale

L'atomismo suggerisce un'analisi delle strutture organizzative e del ruolo degli individui al loro interno che prescinde totalmente dal condizionamento esercitato dai sistemi sociali e dalle reti di azione. Ogni realtà – si tratti del rendimento della Pubblica Amministrazione, della soddisfazione dei dipendenti verso le mansioni svolte oppure dell'efficienza delle prestazioni di un reparto produttivo – viene osservata come a se stante, prescindendo dalle interazioni fra l'operatore e il suo ambiente. Viceversa, il modello della scelta razionale, derivato dagli studi psicologici sul comportamento economico, presuppone che ogni soggetto agisca sulla base di un calcolo di convenienza (costi-ricavi) fondato su valutazioni coerenti, consapevoli e orientate da una chiara percezione dell'utilità. Il neoistituzionalismo sostiene, invece, che le istituzioni sociali, economiche, politiche – e le organizzazioni in genere – presentano la proprietà di sviluppare un doppio circuito di azione. In altre parole: se è vero che, da un lato, la società tende a dotarsi di istituzioni funzionali al perseguimento di obiettivi sociali condivisi e, quindi, mira a plasmare assetti organizzativi a ciò funzionali, è anche vero che, a loro volta, le istituzioni influenzano la visione del mondo e le percezioni collettive di quanti operano in esse o sono da esse in qualche forma condizionati. Un aspetto originale dell'approccio neoistituzionalistico riguarda, infatti, la capacità delle istituzioni di “pensare”. Ci si chiede, in altre parole, se organizzazioni impersonali, ma abitate da gruppi e soggetti individuali che perseguono finalità, producono iniziative e derivano dalla società rappresentazioni differenziate della vita e delle relazioni interpersonali, tendano a produrre modalità riconoscibili e ricorrenti di comportamento strategico e pratico.

L'importanza della routine

La risposta del neoistituzionalismo è che le istituzioni elaborano effettivamente sistemi di risposta alle sfide ambientali che possono essere prevedibili e reiterati. Le strategie di un gruppo industriale di fronte a una crisi del settore o l'esigenza di modificare alcune regole della burocrazia pubblica, i comportamenti tattici di un partito politico o il cambiamento dei moduli di gioco di una squadra di calcio tendono, insomma, a prodursi dentro un quadro di procedure e di preferenze organizzative relativamente consueto e decifrabile all'analisi scientifica. In questo senso, il neoistituzionalismo conferisce grande importanza non tanto alle scelte razionali dei dirigenti quanto all'influenza esercitata dalla routine, al condizionamento derivante dagli aspetti cerimoniali dell'attività amministrativa, alle pressioni provenienti dai meccanismi interni all'organizzazione per adattarla senza traumi ai cambiamenti intervenuti al suo esterno. Le istituzioni non “pensano” come i singoli individui, ma impongono logiche di conformità che inducono i loro membri a riprodurre pratiche sperimentate in passato, ad ammortizzare i conflitti enfatizzando i simboli di appartenenza e la lealtà organizzativa, a promuovere incentivi di collaudato successo. Sotto questo profilo, tutte le istituzioni – a prescindere dalle loro funzioni e dalla loro stessa ragione sociale – tendono alla conservazione: la sopravvivenza dell'organizzazione è il primo imperativo che viene da loro interiorizzato. Questa propensione non inibisce la capacità delle istituzioni di sviluppare innovazioni anche radicali, che sono però quasi sempre l'effetto di una necessità di adattamento (tramite l'evoluzione tecnologica o la trasformazione dei modelli organizzativi e gestionali) a modificazioni intervenute nell'ambiente, le quali possono minacciare proprio l'efficienza e la stessa sopravvivenza dell'istituzione. Per il neoistituzionalismo l'appropriatezza delle procedure e dei meccanismi decisionali serve a contenere lo stress organizzativo indotto dalla necessità di cambiare. Di qui la centralità che ogni organizzazione, semplice o complessa che sia, conferisce alla struttura di ruoli, gerarchie e routine che ha prodotto nel tempo. Una istituzione è perciò anzitutto un sistema di regole, che riflettono a loro volta una storia organizzativa e ne fissano gli insegnamenti in un codice di procedure destinato a divenire l'elemento di continuità e di riconoscibilità dell'organizzazione stessa. Le regole impongono ordine e, in qualche modo, definiscono i margini operativi entro cui si sviluppa la libertà dei singoli membri. È la dialettica fra conformità e devianza rispetto alle norme che afferma la condotta appropriata rispetto ai compiti assegnati, alla gerarchia dei ruoli e ai valori interiorizzati, da un lato, e la possibilità di innovare, sperimentare, modificare procedure, routine e responsabilità, dall'altro. Sul piano della ricerca, il neoistituzionalismo valorizza fortemente l'analisi storica delle organizzazioni e diffida di approcci puramente descrittivi, basati sulla pura morfologia (dimensioni numeriche, grandezze economiche, organigrammi formali). Particolare attenzione è dedicata alla ricostruzione dei sistemi di elaborazione delle regole e delle linee di autorità, alla produzione dell'identità organizzativa – specie quando a un forte sentimento di appartenenza non corrispondano, in apparenza, benefici tangibili per i componenti –, ai meccanismi di apprendimento della macchina burocratica e alle aspettative riguardo al futuro che si generano entro un contesto di cambiamento culturale.

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