stricnìna

sf. [sec. XIX; dal greco strýchnos, nome di piante]. Composto chimico naturale del gruppo degli alcaloidi, di formula bruta C₂₁H₂₂O₂N₂. Abbondantemente contenuta, con la brucina e altri alcaloidi di analoga struttura molecolare, nella noce vomica e nei semi di varie specie affini, presenta una struttura molto complessa, contenente un sistema di sette anelli tra loro condensati, due dei quali costituiscono il sistema dell'indolo. La stricnina è un solido cristallino bianco; viene più spesso posta in commercio sotto forma di un sale, in particolare il solfato o il nitrato, che, a differenza della stricnina libera, sono assai solubili in acqua. Tutti hanno sapore amarissimo e sono fortemente tossici. L'attività farmacologica della stricnina varia in rapporto alle dosi somministrate. In seguito all'assunzione di dosi tossiche il primo segno obiettivo osservabile è l'aumento della sensibilità agli stimoli esterni: i riflessi sono abnormemente esaltati, cosicché al più piccolo stimolo sensoriale l'individuo risponde con contrazioni muscolari intense e con manifestazioni convulsive. Quando l'azione stimolante della stricnina raggiunge il suo massimo, le contrazioni si estendono a tutti i muscoli dell'organismo. Alle fasi conclusive seguono periodi di rilasciamento e di atonia muscolare che diventano sempre più prolungati fino a condurre a uno stato di paralisi assoluta con rilasciamento completo della muscolatura scheletrica. Nella intossicazione acuta da stricnina la morte può sopraggiungere prima della fase paralitica come conseguenza di fenomeni asfittici provocati dallo spasmo tetanico dei muscoli respiratori. La dose letale di stricnina nell'uomo varia da 15 a 30 mg. L'avvelenamento acuto è oggi piuttosto raro, il più delle volte determinato dall'ingestione accidentale nell'infanzia di rodenticidi contenenti questo alcaloide. A piccole dosi (1 mg o meno) la stricnina non aumenta l'eccitabilità riflessa, mentre esalta le funzioni sensitive, aumenta l'attività dei centri respiratori e il tono dei muscoli scheletrici. In passato ha trovato impiego terapeutico nelle paralisi motorie, nelle astenie e negli stati di depressione tossica del sistema nervoso centrale, come per esempio nell'intossicazione acuta da barbiturici.

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