Anticlassicismo

Pietro Aretino

Pietro Aretino (1492-1556), singolare figura di consigliere di principi e re, amico di letterati e artisti, libellista temutissimo, fu penna spregiudicata e libera, trionfalmente digiuna di ogni educazione umanistica.

La vita e le opere

Nato in povertà ad Arezzo, si trasferì a Roma (1517), dove s'impose come autore satirico, scrittore di violente "pasquinate" (sonetti satirici che ogni 25 aprile venivano attaccati a Roma alla statua detta di Pasquino, un torso ellenistico). Lasciata la città, vi tornò nel 1523 quando Giulio de' Medici, suo protettore, divenne papa Clemente VII. La pubblicazione dei 16 Sonetti lussuriosi (1526), scritti a commento delle incisioni erotiche di Giulio Romano, fece scandalo e Aretino fu costretto a lasciare definitivamente Roma. Rifugiatosi presso il campo militare dell'amico Giovanni delle Bande Nere, alla morte di quest'ultimo si ritirò per pochi mesi a Mantova presso i Gonzaga. Nel 1527 si trasferì a Venezia (dove rimase sino alla morte), circondandosi di una cerchia di amici intellettuali di risonanza europea e divenendo così un punto di riferimento culturale per tutta la città. Negli anni veneziani sperimentò quasi tutti i generi letterari; si ricordano le commedie La cortigiana (1534) e Il marescalco (1527-30), la tragedia in versi Orazia, opere cavalleresche, religiose e agiografiche (Salmi, Passione di Gesù ecc.).

I "Ragionamenti"

La fama di Aretino è legata ai dialoghi osceni di prostitute, indicati con il titolo generale di Ragionamenti o con quello di Sei giornate. Tra questi si segnalano il Ragionamento della Nanna e dell'Antonia (1534) e il Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa (1536). Nel primo testo si assiste a un rovesciamento parodistico dell'ideale percorso dell'educazione femminile codificato nel Cortegiano di B. Castiglione e nei trattati d'amore: la monaca lasciva passa allo stato di moglie infedele per giungere all'ideale perfezione della cortigiana e cioè della prostituta. Sfruttando tutte le potenzialità espressive del parlato volgare e giocando su differenti modi linguistici (l'epico, il ricattatorio, il comico, l'osceno, il devoto ecc.), Aretino perviene a una lingua perfettamente adeguata a rappresentare la sua prospettiva dissacratoria e il suo scetticismo morale. Con la stampa a Venezia (1538) del primo libro delle sue Lettere, inventò il genere letterario dell'epistolario volgare. Le Lettere, infatti, non sono semplici raccolte di epistole scritte dall'autore, ma sono state pensate come libro.

Considerato autore osceno fino a tutto l'Ottocento, Aretino è stato rivalutato dalla critica del Novecento per la vivacità stilistica dei mezzi espressivi e per l'efficace e realistica rappresentazione della società cinquecentesca. La sua tematica e la sua operazione "antiletteraria", tuttavia, si rivelano infine d'orizzonte artisticamente e culturalmente limitato.